ARTE

 

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La paura fa ’90... ancora. " -  Terzo capitolo 

di Santolo De Luca

Santolo De Luca - Fotoritratto di Iaia Gagliani

L’attesa presenza di Santolo De Luca su aARTic definisce uno sguardo sull’arte contemporanea, ed in particolare sulla pittura, vista attraverso i suoi occhi e le sue opere. Il suo intervento si svilupperà attraverso più capitoli, analizzando la contemporaneità scandita dagli eventi che negli ultimi venticinque anni hanno segnato

la nostra storia e le nostre emozioni.

A partire dagli anni ’90, periodo in cui la corrente  

“medialista”  lo vede protagonista e  maggior esponente,  l’Artista ci disegna la sua opera attraverso gli accadimenti sociali, politici e culturali che hanno segnato il suo percorso stilistico e concettuale.  

Le parole per Santolo De Luca hanno un valore assoluto,  sono parte essenziale dell’opera, sono definizione,

gioco, suggestione, divertita ironia; sono il cuore pulsante della figurazione, sono opera stessa.

Ed è con grande attenzione che dobbiamo decifrare questa sua incisiva e pittorica dialettica.       A.R.

…Concettualmente, adesso, per restare nell’ambito di quella mutazione che, per la verità, ha origine già negli anni ottanta, grazie anche a una certa critica creativa alimentata da una finanza altrettanto creativa … la mutazione appunto dell’opera d’arte in prodotto artistico. E che negli anni novanta, da allora e ancora oggi, viene proposto e curato, ormai, in primis come un prodotto finanziario, in cui i reali contenuti sono quelli di una finanza o imprenditoria artistica. A discapito di quei possibili contenuti del “prodotto” estetico, dico possibili perché questi, allorquando carenti, all’opera d’arte era ormai possibile aggiungerne, quanto meno, attraverso un intervento di studio da parte della critica d’arte, in special modo di quella creativa. Quei contenuti dunque che, per loro carenza estetica, ma soprattutto per loro assenza est/etica, in quegli anni, hanno visto la loro mutazione da contenuti a numeri.

A partire dal contenuto fondante di un’opera d’arte, l’unicità, intesa anche come evento irripetibile, viene sostituita dal numero 1. Il numero 1 inteso come segno trascrivibile e non interpretabile in termini critici. Il numero 1, quello matematico. Il numero primo che presume il secondo, il terzo… l’inizio di una sequenza soggetta al calcolo, poiché, mentre l’unicità sottintende una solitudine incalcolabile, che da sempre è costante oggetto di studio, testimoniato da almeno duemila anni di storia dell’arte e non, il numero uno, essendo l’inizio di una moltitudine, è quindi suscettibile al calcolo diversamente da “l’unicità incalcolabile”.

Pertanto, se unico non vuol dire primo e, viceversa, primo non vuol dire unico, ed ecco che la classificazione - il processo intellettivo di analisi critica attraverso il quale si classificano i vari contenuti di un'opera, da quelli concettuali a quelli formali, tra tutti quanti gli altri componenti appunto “l’unicità incalcolabile”- si trasforma in classifica. E, in quanto tale, fatta di numeri e, perciò, prodotto del calcolo, soggetto al calcolo.

Il passaggio da classificazione intellettiva a classifica calcolata fu inesorabile. La classifica divenne uno strumento di calcolo e valutazione dell’opera di un artista, inventato ad hoc per il nuovo genere di galleristi, e proposto per la prima volta dalla rivista Flash Art negli anni novanta.

Finalmente la nuova categoria di galleristi, essendo imprenditori e, avendo culturalmente meno tempo da dedicare alla percezione e alla comunicazione dei contenuti, poteva disporre di numeri. Quei numeri che, rispetto ai contenuti, sono di più facile comprensione e comunicazione, trascrivibili, come sul dirsi, nero su bianco e non interpretabili.

In tal modo, attraverso questa smart action, si agevola il comunicare da parte del gallerista ma anche il comprendere da parte del collezionista; per esempio, che l’artista è al primo posto in classifica tra quelli che fanno più mostre, tralasciando quali... dove.. invitato da chi. O che l’artista è tra i primi in classifica tra quelli che fanno mostre all’estero, omettendo se in gallerie e in quali, se in musei o se a “casa della zia”. Oppure che è in classifica tra quelli il cui nome è più presente nelle pagine delle riviste, senza prescindere da quelle pubblicitarie.

Nel corso di questi anni l’editoria dell’arte ci ha stilato le più svariate classifiche, da quella sull’artista più ricco, a quella, ancor più volgare, dell’artista più potente. Sorvolando, se avesse o meno la sua opera un’importanza all’interno della logica evolutiva del pensiero dell’arte o almeno un suo linguaggio, seppur carente dei contenuti.

Tra l’altro è indubbio che, il primo, inteso come numero uno, essendo anche sinonimo di vincitore, in questo caso certifica l’arte come competizione mediatica. Per cui, come risaputo, chiunque, incluso chi non ne avrebbe la possibilità intellettuale, sarebbe disposto a salire sul "carro del vincitore".

E’ accaduto a me personalmente in quegli anni, di sentir dire da un collezionista, rivolgendosi a un mio gallerista, davanti a una mia opera, ed ignaro della mia presenza non conoscendomi: “...Santolo De Luca non mi piace, però mi hanno detto che devo comprarlo, che è un buon investimento”. Su quali basi lo affermasse, è facile immaginarlo considerata l’esposizione mediatica del mio lavoro in quel tempo. Altro che i 15 minuti di fama che Andy Wharol augurava a ognuno di noi.

Quindi, sei importante perché sei famoso… Ma non sei famoso perché sei importante!

In questo senso, in quel periodo ebbi già l’occasione di esprimermi in modo critico, attraverso il mio scritto dal titolo: “Datemi il tempio, prima che io muoia di fama”, pubblicato dalla storica rivista d’arte Juliet Art Magazine, sul numero 91 del 1999. Un testo attraverso il quale mi rivolgevo alla nuova generazione di collezionisti che si profilava e che, nel frattempo, veniva defraudata di tale definizione da parte del nuovo genere di gallerista, per cui il collezionista veniva ormai inevitabilmente ridefinito in "cliente". 

Fu appunto a questa nuova generazione di collezionisti che dedicai allora, tutto il progetto di “Opere per collezionisti”. Una serie di opere attraverso le quali rappresentavo varie collezioni di farfalle,

esteticamente comprensibili e dunque provocatoriamente accessibili al nuovo genere, sia di galleristi, che ai loro relativi “clienti”. Un

tentativo critico di preservare la figura del collezionista all’interno di una

dignità, anche se non colta, quanto meno esteticamente sensibile nell’ambito di un’onestà intellettuale. Orientato più alla stregua di un collezionista di farfalle - con tutto il rispetto per quelli che ne hanno una consapevolezza anche scientifica - piuttosto che rivolto al “cliente”.

Non a caso le “Opere per collezionisti” furono presentate all’interno della personale che intitolai “Investire in titoli”, tenutasi a Milano nel 1998 presso la galleria Zonca&Zonca e attraverso la quale ribadivo il concetto in cui, nel mio lavoro, il vero investimento è nei contenuti, ai quali puoi accedere, appunto, solo attraverso il titolo che, non essendo materia, purtroppo, non potrai mai comprare e che non avrebbe alcun senso, se non apprezzando visivamente ma soprattutto materialmente, il quadro, l’oggetto estetico a cui è intitolato.

Dunque trasformato il collezionismo in clientela, i contenuti in numeri, l’opera d’arte in prodotto artistico, per il gallerista ormai imprenditore, la figura del critico inteso come teorico, come studioso, era del tutto superflua. Addirittura inutile. Materialmente inteso come non congeniale “all’utile”.

Ormai si ragionava in numeri e per il “cliente” sarebbero bastati quelli. Ne conseguì, quindi, l’inevitabile mutazione del critico d’arte militante in curatore, che pure deve avere delle capacità, al di la di quelle analitiche e teoriche che ormai non gli vengono più richieste. Quelle capacità, almeno progettuali che, per la verità, da allora ad oggi, a mio avviso, solo in pochi casi si sono manifestate.

A quasi trent’anni di distanza da questa ulteriore mutazione, tra le altre a cui si assistette negli anni ‘90, quella appunto del critico in curatore … a giudicare dalla condizione deficitaria e lacunosa in cui scadono tantissime mostre e in cui riversano gran parte degli spazi pubblici senza dire dei privati, … di quella che allora fu la mutazione del critico d’arte in curatore, oggi si potrebbe dire… in curatore fallimentare.

... continua…                                                                             

Per AARTIC

l'"Opera non fatturabile" 

di SANTOLO DE LUCA.

Tre splendidi dipinti esclusivi per la nostra vetrina crouwdfounding.

Inoltre, i tappeti natura di PIERO GILARDI, un disegno di ALDO DAMIOLI e le foto di BETTY ZANELLI. 

Per ogni informazione scrivete a: a.a.r.t.iniziativeculturali@gmail.com

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