ARTE

 

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La paura fa ’90... ancora. 

di Santolo De Luca

Santolo De Luca - Fotoritratto di Iaia Gagliani

L’attesa presenza di Santolo De Luca su aARTic definisce uno sguardo sull’arte contemporanea, ed in particolare sulla pittura, vista attraverso i suoi occhi e le sue opere. Il suo intervento si svilupperà attraverso più capitoli, analizzando la contemporaneità scandita dagli eventi che negli ultimi venticinque anni hanno segnato

la nostra storia e le nostre emozioni.

A partire dagli anni ’90, periodo in cui la corrente  

“medialista”  lo vede protagonista e  maggior esponente,  l’Artista ci disegna la sua opera attraverso gli accadimenti sociali, politici e culturali che hanno segnato il suo percorso stilistico e concettuale.  

Le parole per Santolo De Luca hanno un valore assoluto,  sono parte essenziale dell’opera, sono definizione,

gioco, suggestione, divertita ironia; sono il cuore pulsante della figurazione, sono opera stessa.

Ed è con grande attenzione che dobbiamo decifrare questa sua incisiva e pittorica dialettica.       A.R.

…Stiamo parlando di un decennio caratterizzato da nuove e diverse istanze politiche, la rivoluzione digitale, la globalizzazione. Evoluzioni che maggiormente hanno contraddistinto la società di quegli anni. Anni in cui, tra l’altro, cominciavano a sortire, nella psiche collettiva occidentale, gli effetti della caduta del muro di Berlino, alla quale avevamo assistito appena qualche anno prima (1989). La caduta del muro a sua volta, contribuì fortemente a istaurare la grande illusione di essersi liberati dal terrore delle sinistre ideologie dell’est, per cui fu possibile in più ambiti, compreso quello artistico, in particolar modo nella musica, dedicarsi a quel progetto di pensiero che negli stessi anni si definì come New Age e che faceva auspicare finalmente al poter vivere una vita in  santa pace [“Di santa ragione”1996]. Dico santa non a caso. Perchè a questa pace contribuiva anche il fatto che ognuno teneva “il suo Dio al posto suo”. Ogni Dio stava al posto suo. Anche se per la verità, qualche avvisaglia di irrequietezza, in nome di Allah, si stava nel frattempo verificando nella ormai ex Jugoslavia [“Dio c’é. Allah non è potuto venire” 1996]. Ma roba di poco conto rispetto a quello ci riservava l’11 settembre di qualche anno dopo (2001). Fu quello l’evento che sancì la fine del decennio degli anni ’90 e quindi della grande illusione che lo aveva caratterizzato. Ne conseguì l’inevitabile ripristino del terrore. Ma ormai non più delle ideologie dell’est, bensì di ogni cosa, cibo, acqua, aria, terra. Il terrore per ogni altro: africano, cinese, orientale e anche occidentale e inoltre, il terrore per ogni tempo,  quello meteorologico e quello prossimo futuro. [“Orientarsi e occidentarsi” 1997]. Al contrario dei nostri padri, che avevano vissuto reduci dall’esperienza del terrore del passato, ottimisticamente proiettati nel progettare un futuro di grandi cambiamenti. Per quelli come noi che negli anni novanta erano stati testimoni e protagonisti degli auspicati grandi cambiamenti evolutivi di fine secolo, fu dura prendere atto che tra questi cambiamenti ci fosse stato anche, proprio, quello del terrore. Ormai non più circoscritto e localizzato ma globalizzato, cosi come tutti i grandi cambiamenti di quegli anni venivano definiti.

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E’ innegabile però, che grandi cambiamenti nel corso della storia, compresa quella dell’arte, ci sono sempre stati. Sopratutto nel corso del novecento, per quanto riguarda l’arte, e più precisamente, quella che si è verificata nel lasso di tempo che comprende, per definizione, il moderno e il post moderno. Ci è possibile addirittura scandirne i cambiamenti per decenni, attraverso le definizioni degli storici, a partire dalla seconda metà del novecento, o comunque da Duchamp in poi, fino agli anni ’90. [“Duchamp alle mele verdi” 1992].

Dunque, a ritroso dagli anni ’90, possiamo dire che gli anni ’80 sono stati gli anni della Transavanguardia, gli anni ’70 quelli dell’arte povera, e che a loro volta hanno espresso il cambiamento rispetto alla pop Arte affermatasi nel decennio precedente. [“Il POPpatoio” 1990]. Tra questi gli anni ’60, che per la verità, furono il cambiamento anche di ben altre cose, specie per quanto riguarda il costume sociale e più esclusivamente una logica della diffusione estetica di massa e il conseguente consumismo, i cui effetti evolutivi  determinarono, appunto, quella che per definizione chiamiamo caduta del muro e dunque l’apertura degli anni ’90 verso nuovi orizzonti, diciamo, “sempre più blu”. Ma, purtroppo, oserei dire, di un blu “oltremai”, considerato che da allora non si è andati più oltre [“Verde petrolio, Blu oltremai” 2003]. A distanza di quasi un ventennio ormai, non possiamo certo dire, pur  attraverso l’analisi di una logica evolutiva del pensiero dell’arte, cos’altro si sia definito da quegli anni ad oggi. E dunque, se certo qualcosa è accaduto, vuol dire che sta ancora accadendo da allora. E ad ogni modo non più attraverso quella logica dei cambiamenti a cui si era fin lì assistiti, come viziati abulici di cambiamenti; la domanda, che in quel momento era: che cosa c’è di nuovo? Oggi è: che cosa c’è di buono?

Più che cambiamenti, più che evoluzioni, quelle degli anni ’90 sono stati vere e proprie trasformazioni del genere. Di ogni genere. Compreso quello umano. Basti ricordare la coscienza acquisita in quegli anni da parte del mondo scientifico e non solo, con la scoperta del D.N.A. [“Prima clonazione compresa”1995]. Ma la trasformazione del genere imprenditoriale fu senza dubbio quella che più di altre si manifestò, e in diversi ambiti, in primis quello politico, con l’avvento del cosiddetto “berlusconismo”.

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Quindi, dal momento in cui il genere imprenditoriale ingloba anche la politica, impiega poco tempo, in tempi di globalizzazione appunto, ad inglobare anche quello che appena negli anni ‘80 si definiva come sistema dell’arte, trasformandolo in imprenditoria del genere artistico. Le conseguenze logiche furono diverse, più di una furono le trasformazioni che ne conseguirono. Una tra queste fu la figura del gallerista, che in genere fino ad allora ci era stata tramandata dalla storia come un frequentatore del pensiero dell’arte, e che attraverso la condivisione con l’artista, arrivava all’opera in un senso, quasi al limite della passione feticistica: si trasformò in figura imprenditoriale con investimenti economici in diversi altri settori, soprattutto quello dei media prima ancora che in quello dell’arte, nel quale cominciava ad affacciarsi [“Investire in affetto”1997]. Vorrei ricordare in questo senso la figura emblematica del compianto PierPaolo Ruggerini, figura proveniente dal settore della comunicazione (regista RAI negli anni 70), imprenditore nell’industria meccanica quale produttore dello storico motore Ruggerini, nonché grande collezionista, che nel 1990 inaugura a Milano la Galleria Ruggerini & Zonca, attraverso la quale, nel corso del decennio,  diede modo al pubblico dell’arte di  conoscere, con alcune significative mostre, quelli che erano gli aspetti più rappresentativi del grande cambiamento dell’arte stessa, rispetto a quella dei decenni precedenti e in modo più specifico quella della pittura… (Continua…)

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