ARTE

 

Non possiamo negare l’attrazione e il fascino che subiamo di fronte all’arte, e anche quindi ad ogni sua declinazione, ad ogni sua disciplina. C’interessa la voce di tutti ed è di ognuno che vogliamo parlare

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" Quattro artisti per un critico"  

di Porter Ducrist

" Un gesto nel vuoto"  

Diventa difficile capire il lavoro di Andrea Frosolini prescindendo dal concetto di pittura. I suoi lavori sono appunto delle istallazioni pittoriche, che giocano sia sull’oggetto sia sulla superficie; sono grandi stesure di colori che escono fuori dalla cornice, che si distaccano dalla parete per venire a invadere lo spazio dello spettatore, dei dipinti destrutturati. Il gesto è quello del cubismo, che permette di vedere un oggetto da più punti di vista, tuttavia, questa volta, poi che l’oggetto in sé è la pittura stessa che perde la sua bidimensionalità. Lo spettatore è invitato a girare intorno al dipinto per cercare il punto giusto, ma non si tratta di nuovo di una di quelle noiose anamorfosi che oggi tanti artisti usano per tentare vanamente d’integrare lo spettatore. Con questo gioco, l’artista interroga non sulla forma ma sull’informalità, l’oggetto sparisce lasciandone solo frammenti di quello che era nell’intero: un pezzo di tavolo, un’ombra ritagliata su uno sfondo, pezzo mancate graffiato su una superficie di plastica. L’oggetto svanisce in vari strati che si spazializzano lasciando all’occhio dello spettatore l’occasione di vedere dietro le quinte.  

Frosolini usa il gesto per esprimersi, Un tavolo tagliato, una superficie grattata, un’icona smontata. Non per niente con la mostra “Eco” presentata a Spazio InSitu (Roma) nel 2017, l’artista si è soffermato su quello che può essere definito la Coca Cola contemporanea ossia un mobile Ikea, che tutti conosciamo. Montarlo è un gesto universale, che si può definire una banalità attuale. Ma con le sue opere l’artista destruttura ciò quello che normalmente deve essere montato e ne svela la composizione. Un oggetto che è fatto per sparire, che entra totalmente nel sistema capitalistico: compra, usa, butta e ricompra di nuovo. Andrea Frosolini ci rivela questo ciclo, un oggetto che poco a poco sviene e lascia una traccia poco distinguibile su una superficie di velluto come fosse l’istantanea del fantasma della merce.

La sua pratica mescola con molta armonia aggressività ed eleganza, un’eleganza finta, vista la scarsità di certi materiali usati, dal mobile Ikea alla cornice dorata di polistirolo passando per il telo di plastica. Tutto è senza reale valore, oggetto, quadro o immagine, che sia, tutto, tranne l’ultima traccia che viene proiettata su un velluto colorato e che si perderà nella discarica di un’arte contemporanea già colma di opere. E forse questo il punto focale di questa produzione, l’opera irripetibile nella sua totalità: se la luce cambia, cambia l’ombra quindi anche il velluto, cambiando l’inclinazione della cornice è necessario cambiare il taglio del tavolo e la sua sagoma. Tutto sparisce e tocca ricominciare. Le opere di Andrea Frosolini diventano parte del sistema che criticano riproducendone il meccanismo, diventano una simulazione del sistema stesso all’ennesima potenza.  Ma forse è la “Kallax 0.3” che rappresenta al meglio questo “Fare” mercantile, l’artista permette a chi la compra di personalizzarla cambiando i colori del mobile, del plexiglas che lo attraversa e del velluto, ombra del pezzo mancate. Con questa serie di opere, questo giovane artista si piega al sistema dominante per combatterlo con le stesse armi, personalizzando l’oggetto desiderato. L’artista si distacca della sua opera permettendo a chi la compra di diventare ideatore della propria opera. O almeno è quello che l’artista gli fa credere al suo acquirente.

" Un genio del banale"  

Quando lo sguardo incontra un’opera di Christophe Constantin, c’è come una sensazione di déjà-vu, che lascia lo spettatore interdetto, poiché il gesto dell’artista è estremamente semplice. Tutti i lavori che presenta, altro non sono che di frammenti astratti dalla realtà e allestiti in uno spazio espositivo.

Non si può parlare di spettacolarità davanti ad un suo lavoro, non c’è niente di meraviglioso, ma, al contrario, è talmente banale che a malapena si può comprendere cos’abbia realmente fatto l’artista. È con l’atto di contestualizzare composizioni reali nell’illusione dell’arte che Constantin si distingue.  L’autoderisione di cui dà prova, lascia trasparire le domande che lui stesso si pone sul suo mestiere e il suo ruolo, sulla virtualizzazione della vita e sulla difficoltà di distinguere lo spettacolo dalla realtà. Per andare in profondità su questa riflessione potremmo domandarci a cosa serve l’arte quando il reale è iperestetizzato, forse l’arte deve diventare la finestra che si apre sulla realtà? È una non sublimazione della vita quotidiana, rappresentata già priva di ogni artificio?

Si sente nelle opere dell’artista italo-svizzero una ricerca diversa da quella che la scena contemporanea ci offre. Una leggerezza dotata di un’elegante irriverenza che li permette di attaccarsi ai mostri dell’arte e a scimmiottarli simultaneamente alle proprie opere, al pubblico e a lui stesso.

 Tutto è un grande scherzo: dall’oggetto presentato, al modo di venderlo, ogni singolo gesto conta, è pensato e mai lasciato al caso, è l’artista a dare un senso morale a quello che presenta, anche se si tratta di una semplice busta della spazzatura intitolata “Busta di ricerca d’artista” (2017) oppure di pezzo di cartone sporcato di lavabile bianca, risultato satellitare della rinfrescata data ad una parete dello spazio espositivo. Con il suo modo di lavorare, Constantin, cerca la sua autonomia sul mercato dell’arte ponendone l’accento sulle sue assurdità. I suoi ready-made giocano con il loro statuto di merce o di super-merce, potendosi così definire opere auto-dissacranti, che ridanno all’arte un valore ben reale, priva di possibile speculazione. La busta di spazzatura costa 400 Euro, il foglio A3 di cartone macchiato e venduto a 100 Euro. Su questo tipo di opere lì l’artista impone la regola del prezzo fisso, che entra a far parte del concetto delle opere stesse.

Tutto nell’opera di Christophe Constantin riporta alla vita. La mostra “Boh?!!” (2017) presentata a Spazio InSitu in periferia di Roma, è un accumulo di frammenti di realtà astratti (telefono non funzionante, lavori in corso o fermata del bus alla quale si aspetta un mezzo pubblico che non arriverà mai,) tra i quali lo spettatore passeggia nel vuoto dello spazio espositivo. Tutti i pezzi che compongono questa personale sono legati alla capitale, offrendo allo spettatore la possibilità di vedere certe incoerenze che l’arte permette. InSitu diventa un dipinto della realtà che porta lo spettatore fuori dalla spettacolarizzazione della sua quotidianità, ed è lasciando la mostra che egli si ferma a guardare questi piccoli dettagli che l’occhio di Constantin aveva sapientemente trasformato in opera. Un semplice gesto, che tutti potevano fare, una banalità messa in evidenza in un mondo dove tutto è presentato come unico e magnifico, non c’è niente di complicato nella pratica di quest’artista, poiché oggi tutto è immagine. Forse è su questa facilità che ha di ironizzare il mondo e di comunicare a qualsiasi spettatore eletto o no, il nostro mondo che quest’artista si può definire un genio.

Per AARTIC

l'"Opera non fatturabile" 

di SANTOLO DE LUCA.

Tre splendidi dipinti esclusivi per la nostra vetrina crouwdfounding.

Inoltre, i tappeti natura di PIERO GILARDI, un disegno di ALDO DAMIOLI e le foto di BETTY ZANELLI. 

Per ogni informazione scrivete a: a.a.r.t.iniziativeculturali@gmail.com

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