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Intervista a Amedeo Lombardi fondatore dell'Home Festival a Treviso

di Anna Rubbini

Amedeo Lombardi e Anna Rubbini - foto Agostino Bonaventura

Amedeo Lombardi e Anna Rubbini - 

Vi vogliamo presentare in questo numero Amedeo Lombardi, fondatore  dell’HOME FESTIVAL, un evento che prende il titolo dal celeberrimo locale tra i più in voga nell’ultimo decennio a Treviso e da lui stesso avviato.

Un appuntamento di fine estate che ogni anno riesce a convogliare una moltitudine di giovani visitatori da tutto il mondo, ben ottantacinquemila presenze nell’ultima edizione 2016, con l’intento di condividere uno “state of mind”, uno spirito di vita e di spensieratezza come se fosse una dimora, fatta di persone e non di muri, unite dalla passione per la buona musica, la convivialità del cibo, l’amore per l’arte e, ovviamente, l’associazionismo.

Lombardi è un veterano dell’animazione nei locali del Veneto pur essendo di origini campane, conosciuto al Gasoline e poi al Terrazza Mare di Jesolo Lido, ma ben presto imprenditore di sé stesso, investendo tutto il suo back ground in una originale e creativa impresa con il suo locale, l’Home, assecondando un indole propriamente artistica.

Gli abbiamo chiesto alcune cose per conoscerlo più da vicino e sapere come un uomo lontano dalla sua terra d’origine, sia riuscito a importare nel nostro territorio tanta internazionalità.

Una video intervista che pubblichiamo in esclusiva, per sentire dalla voce del founder del festival più importante in Italia per numero di presenze in cinque giornate di concerti, dibattiti, corsi, happening, arte e tanta, tanta musica, quanto sia importante nel proprio lavoro cercare sempre emozioni e trasmetterle.

Video intervista Amedeo Lombardi - riprese video: Agostino Bonaventura - montaggio: Nicola De Nadai

La tua esperienza nasce dietro al bancone dei più importanti locali che ci sono mai stati a Jesolo, cosa ti ha portato a TV ?

Ama: E’ stato un insieme di situazioni, indubbiamente mi hanno influenzato i locali, la mia esperienza è tutt’ora in un locale, l’Home: basti pensare che lo stesso <Home festival> è la proiezione dilatata dell’attività del locale. E’ stato poi incrociare un insieme di amicizie, avere affinità, un particolare feeling con Treviso; tant’è che lavorare al Gasoline è stato un colpo di fulmine, con il locale stesso e questo mondo, ma anche il luogo dove ho conosciuto le persone che poi mi hanno portato ad aprire l’Home proprio a Treviso.

C’è qualcuno, qualche particolare figura che senti artefice particolarmente per la tua affermazione?

Un socio in primis, ma anche un “padre putativo”, è un amico che ora vive a New York, Max Busato, (colui che ha importato per primo la formula del Gazoline quale locale tipicamente americano a Jesolo n.d.r.): lui è stato colui che ha visto in me determinate capacità per crescere ed io, nonostante l’età che ci separa, quando si parla di cervelli in fuga, Max lo considero un grande esempio delle potenzialità degli italiani che sono dovuti andare via per evolversi.

In effetti, nel mio settore, esiste per me una Jesolo “prima “ e “dopo” Max Busato!

Lui a un certo punto della mia vita mi ha preso da dietro il bancone e mi ha cresciuto, iniziandomi professionalmente e permettendomi di diventare quello che sono oggi.

Ma perché sei venuto a Treviso?

Venire a Treviso, allora, era spostarsi dal mare alla “città”, la parte viva durante l’inverno, e da sempre c’è stato questo legame ideale.

Poi però sono andato a vivere negli USA, successivamente sono tornato a vivere per un po’ a Milano, e mentre ero lì uno dei ragazzi conosciuti a Jesolo mi ha chiesto di venirgli a dare una mano qui, così per un po’ ho fatto il pendolare nei week end. Da cosa è nata cosa sino a che non abbiamo detto: perché non apriamo noi un locale? Ed è così che è nato l’HOME.

 

Questo locale ha in effetti fatto la differenza a Treviso come la fece il Gasoline a Jesolo…

 

Non voglio essere presuntuoso ma, e quello che dico mi è stato confermato anche dalle autorità della città, esiste in effetti anche qui un prima e dopo “HOME”…

 

Com’è nata l’idea di un festival? Cosa ti ha ispirato?

Il festival non è altro che la versione amplificata del locale, di ciò che lì accade traslato su centomila metri quadri; infatti anche quando le presenze sono dieci o venti mila ad evento, è tutto gestito come fosse un locale, c’è molto face to face nel realizzare gli eventi…

Questo richiede una grande organizzazione: chi lavora con te?

Io sono la facciata ma ci sono davvero tante persone, tante personalità coinvolte, e tanta, tanta passione. Durante il Festival arriviamo all'incirca a 500 persone che lavorano, e ora ci sono delle persone che hanno sposato questa mia visione, che mi hanno seguito, dei veri professionisti come può essere ad esempio Mattia Zantedeschi...( nella foto il primo a dx n.d.r.)

Amedeo Lombardi e alcuni collaboratori dell'Home Festival:

Luca Boso, Davide Bonato e Mattia Zantedeschi - foto Agostino Bonaventura

Qual è il tuo obiettivo? Qual è la mission di “Home festival”? Secondo te cosa potrebbe diventare?

 

Secondo me per alcuni versi lo è già diventata, perché rappresenta un punto di rottura rispetto alle altre manifestazioni musicali, noi siamo per volume, l’unica manifestazione indipendente italiana: non abbiamo investitori, fondi d’investimento, non abbiamo grosse agenzie, ma è tutto lavoro mio e di una squadra di persone. Ha creato delle professionalità, nel senso che ho portato via delle persone dal bar e le ho portate a lavorare con me; ci sono state persone che hanno deciso di cambiare vita e di sposare la visione all’origine del festival.

La visione è, appunto, quella di creare un punto d’incontro, una vera e propria casa che ha come comun denominatore la musica, ma che riesce ad abbracciare tutte le forme d’arte. Questo perché mi piacerebbe, ed ho notato che in Italia mancava, creare un luogo che ti regali un’esperienza.

L’esperienza che l’Home Festival regala è, intanto, quella di avere in casa per la “popolazione indigena” questo tipo di avvenimento – apro una parentesi: io non credo che se il festival fosse stato realizzato in un’altra città d’Italia avrebbe avuto lo stesso successo che ha avuto qui, perché il tessuto socio culturale di Treviso ha fatto sì che tutto avvenisse in modo più veloce, se penso all’opera dei Benetton, di Max nel senso imprenditoriale più piccolo. C’era la sensibilità verso la bellezza e la cultura, di solito in manifestazioni come questa significa avere una massa di vichinghi che invade il suolo e lo mette a ferro e fuoco…

Il Festival vuole diventare sempre più un significativo punto d’incontro, tra giovani che arrivano da tutt’Italia e dall’estero, proprio per fare e condividere un’esperienza, provando a lanciare dei messaggi con la gioia e il divertimento nel farlo.

 

No hai mai pensato di esportare il Festival? Penso alla vicina Venezia …

 

Ogni anno c’è chi cerca di propormelo. Da una parte c’è questo doppio legame che mi lega a Treviso, se sono diventato ciò che sono è perché Treviso in qualche modo mi ha adottato e lo ha reso possibile. D’altra parte, parlando da un punto di vista imprenditoriale, considero che qui c’è il punto di convenienza. Manifestazioni come l’Home festival rappresentano il break down, il punto di rottura con gli altri eventi perchè ha sempre avuto dei tratti internazionali; realizzandolo intendevo rifare quello che in Europa avevano proposto i grandi raduni musicali. In Italia non c’era una manifestazione come l’Home dove potevi avere più situazioni musicali, una manifestazione che aveva il coraggio di mettere sul palco Pistoletto che parla a dieci, quindicimila ragazzi, che non sapevano chi fosse, ma lui comunque gli lancia un messaggio di rigenerazione del genere umano e di nuova concezione del mondo e dei modi di fare nei confronti del mondo in una occasione originale e senza precedenti.

Sarebbe facile riuscire in questo se avessimo un governo che ci aiuta, mi riferisco alla Città, alla Regione sino alla Nazione, con dei dirigenti che capiscono e facilitano questa educazione.

Quando io vado all’estero, Treviso e Venezia sono talmente vicine che sono una cosa unica, specialmente per un ragazzo che arriva da Londra o da Budapest, per fare un esempio.

Quando vado a parlare di questo e chiedo una mano a rendere più facilmente raggiungibile la mia manifestazione con Venezia, là capisci che sono ottusi e chiusi di mentalità, e comprendi quanto sarà difficile per i nostri figli… Non credo sia un problema del Veneto, credo sia un problema italiano, non abbiamo ancora abituato le attuali generazioni a capire che di Arte e Cultura si vive!

Noi abbiamo dimenticato che siamo la Nazione che ha insegnato al mondo a vivere, dove c’è la qualità medio alta nel mondo c’è Italia, noi ci siamo fissati che andare a fare l’impiegato medio sia la migliore cosa perché quello è futuro, abbiamo preferito che i giovani non studiassero per diventare artigiani e che piuttosto si perdessero quei lavori. Abbiamo perso il nazionalismo, abbiamo perso il rispetto e l’educazione verso le opere d’arte: quando passeggi per Treviso non ti rendi conto di quello che vedi; ogni volta che vado a Venezia  mi si apre sempre il cuore. Se penso che ho scoperto Cà Pesaro soltanto  un mese fa… non ci si rende conto ti tanta bellezza…

Tutt’ora, io stesso, quando mi chiedono tu che lavoro fai?, rispondo “vendo birra e panini”, perché quando rispondo <faccio il promoter culturale>, mi dicono: “ma di lavoro vero cosa fai”?

 

A questo proposito, qual’ è il tuo mestiere? Ovvero come ti definiresti?

 

Io sono dovuto diventare imprenditore, oltre che di me stesso dell’universo HOME, che dà da lavorare ad almeno quaranta persone fisse al mese, per arrivare, con la manifestazione, ad essere il festival indipendente numero uno in Italia per volume d’affari. Mi piacerebbe essere ricordato un domani come un “imprenditore illuminato”. Avendo vissuto negli Stati Uniti ed essendo cresciuto con i suoi “miti”, sono poi volutamente tornato in Italia perché mi sono reso conto che questa è una Nazione dove si vive bene! Però noi (italiani - ndr) siamo quelli che abbiamo il più grosso patrimonio artistico del mondo e devo dire ancora a mio nipote di andare a fare l’impiegato perché quello è il futuro.

L’Italia purtroppo è mal governata, ancora oggi la classe dirigente attuale e futura, ed anche la popolazione in generale, ha perso la magia e il rispetto dell’Arte.

 

Tu pensi che questo messaggio, attraverso il tuo Festival che porta così tanti giovani, possa far sì che le cose cambino? Qual è il tuo sogno?

Il mio sogno è questo. Così come è accaduto a me, che ho avuto delle persone che hanno fatto di un barista una persona che poteva essere un altro tipo di risorsa; così come anch’io ho preso dei ragazzi dal mio locale e li ho fatti diventare dei professionisti dell’intrattenimento; così mi piacerebbe che ci fosse qualcuno che continuasse un domani quello che noi stiamo seminando.

Mi piacerebbe pensare che tra quei ventimila che vengono a vedere Michelangelo Pistoletto, un domani qualcuno recepisse il suo messaggio.

Dove qualcuno che vede un ragazzo del sud, di una provincia davvero lontana da tutto, riuscisse a vedere in lui lo sforzo e le potenzialità di emanciparsi.

 

E’ anche vero che vicino a Benevento c’è Napoli, un luogo ricco di cultura e creatività.

Come mai hai scelto il Nord e non hai pensato di spostarti su una città più vicina e così fervida per la nostra cultura?

 

Napoli credo sia una delle città più belle al mondo, a parte Venezia, che non riconoscerle la particolare bellezza è come dire che una Ferrari è brutta… Napoli io l’ho sempre vista come una Parigi con il mare, l’arte che si respira a Napoli è unica!

Quello che non mi piace di Napoli, che se vuoi è anche il suo aspetto peculiare e per questo bello, è il disordine che c’è! E’ bellissima per l’Arte e l’aria che si respira… se poi mi chiedi perché quello che mi è accaduto a Treviso piuttosto che altrove, penso che volendolo vedere da un punto di vista spirituale, era giusto che succedesse quà!

Se dovessi avere una seconda possibilità forse lo rifarei a Napoli…

 

Però lo rifaresti sicuramente in Italia, no?

 

Per me l’Italia è qualcosa che và oltre, chi non apprezza l’Italia siamo solo noi italiani e non mi vergogno a dire che sono un nazionalista, se nazionalismo può voler dire amare qualcosa di bello.

Siamo assuefatti da tanta bellezza e noi, io in primis, non siamo stati educati a questo. L’Italia è il sapere…

Trasmettere questo è il mio sogno, anche se ci sono tanti momenti di sconforto, di difficoltà, che vengono superati dal sorriso della gente e dalla soddisfazione di riuscire a far diventare un ragazzo del tuo staff, com’è già accaduto, un professionista della comunicazione…

 

Un’ultima domanda, cosa pensi avresti fatto se non fossi diventato ciò che sei oggi?

Penso qualsiasi cosa, non so bene cosa, in quale campo né dove, ma che comunque avesse a che fare con l’Arte…

Piuttosto che il denaro mi ha sempre attratto tutto ciò che riesce a dare emozioni.

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