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Arte Fiera: intervista a Claudio Spadoni, uno dei due Direttori Artistici

di Anna Rubbini

Si è celebrata quest’anno la 40^ Edizione di ArteFiera che ha visto, accanto alla sua sede deputata, una straordinaria apertura della città e di tutti gli spazi, pubblici e privati, dedicati all’Arte coinvolti collettivamente in un grande e solidale tributo all’evento Fieristico più “antico” in Italia.

Noi di aArtic abbiamo incontrato per l’occasione uno dei direttori artistici di Arte Fiera, Claudio Spadoni, che con Giorgio Verzotti è al termine del loro secondo mandato alla guida della più famosa manifestazione del mercato artistico contemporaneo, ponendogli alcune delle nostre curiosità sul suo ruolo in particolare e sull’importanza di ArteFiera.

 

A.R.:  La vostra formazione e provenienza è propriamente quella di storici dell’Arte, professori nonché direttori di Musei: come si concilia quest’aspetto umanistico con quello prettamente economico del mercato dell’Arte?

C.S.:  Questa è una bella domanda che in molti mi hanno fatto, specialmente dopo che mi sono lasciato convincere ad accettare questo incarico, che era l’ultima cosa  avrei immaginato mai di fare nella mia vita: ho sempre lavorato per Istituzioni pubbliche e, sinceramente, l’unica cosa che non avevo mai pensato nella mia professione era proprio quella di occuparmi di ArteFiera, sino allora conosciuta ovviamente come visitatore.

Poi un giorno ho preso la decisione, sostenuto in questo da alcuni amici che lavoravano in grandi Istituzioni pubbliche bolognesi -e gli ultimi dai quali mi sarei aspettato di avere un supporto e un incentivo; semmai mi sarei aspettato mi dicessero quello che già altri affermavano: come? TU ad ArteFiera?

Mi resterà sempre in mente ciò che una cara amica, grande studiosa che lavora in un Museo, non appena apprese la notizia, attraverso un messaggio telefonico mi scrisse: Dimmi che non è vero!!! … Questo per dire con quanto scalpore la notizia fu percepita.

Ho capito però, lavorando all’interno di ArteFiera e calandomi sempre più in questi panni, come oggi più che mai sia fondamentale conoscere dall’interno i meccanismi che muovono da un lato il mercato dell’Arte, le gallerie e tutto quanto vi ruota intorno, dall’altro la rilevanza che questo ha per l’affermazione di una tendenza, di un gusto, l’attestazione e la rivalutazione ad esempio di certi artisti, o viceversa il fatto che alcuni siano dimenticati magari provvisoriamente: questo è un dato di fatto preoccupante.

Del resto questo, sebbene con una storia e dei meccanismi completamente diversi, con altre motivazioni e per altre ragioni, sia già avvenuto anche in passato: pensiamo a un caso come quello di Piero della Francesca, di Caravaggio e di tanti altri esempi quasi dimenticati per periodi più o meno lunghi, che dopo secoli, avendoli riscoperti, ai nostri occhi appaiono come pietre miliari della storia dell’Arte: incredibilmente scopriamo che erano invece figure completamente ignorate.

Piero della Francesca per dieci anni dopo la morte si vede togliere i suoi affreschi come se fosse il suo un prodotto “perimé”, obsoleto per dirla con le parole di Bonnard; in vecchiaia la sua pittura era scaduta come fosse stato un prodotto alimentare!

Oggi questo comunque avviene, ma seguendo logiche e strategie diverse, secondo cioè i meccanismi del grande mercato dell’Arte, del grande collezionismo, di una catena di rapporti di gallerie d’Arte che effettivamente contano sul piano internazionale per l’affermazione di un’artista ed anche delle Fondazioni, dei Musei e delle Gallerie pubbliche d’Arte Contemporanea, che inevitabilmente prendono atto di quello che è stato “consacrato” a livello di mercato.

Con questo voglio dire che non è la mostra nella Galleria pubblica a fare la fortuna di un’artista se questo non è già sostenuto da una Galleria privata importante, da Fondazioni artisticamente rinomate: semmai avviene oggi il contrario, è il Museo o la Galleria d’arte Contemporanea Pubblica, che recepite le indicazioni sull’artista e sui precedenti consensi pubblici e privati, decide poi se dedicargli o meno un evento. Non avviene mai il processo inverso, piaccia o non piaccia, e se non si lavora, non necessariamente nelle Fiere, ma all’interno di questi meccanismi che muovono il mondo dell’Arte oggi, non ci si può rendere conto del perché accadono certe cose.

 

A.R.:  Forse è proprio questo il motivo per cui ArteFiera diventa un evento non di solo mercato ma più propriamente di “cultura”?

C.S.:  E’ esattamente per questa ragione! Tant’è che una volta il mercato e le Fiere d’Arte erano demonizzate dagli addetti ai lavori, pur rimanendo delle manifestazioni legate alle vendite e da tenere in considerazione,...ma relativamente. Oggi invece, sia sul piano dell’informazione che dell’affermazione degli artisti, di tendenze del gusto – anche se in effetti non si può più parlare di tendenze in senso proprio: sono finiti i movimenti artistici degli anni ’70 e ’80, così come le tendenze di certi artisti che lavorano sulla stessa linea identificando una “corrente” -, oggi esistono piuttosto delle personalità, delle individualità che emergono e che possono essere legate, più o meno, ad un orientamento delle preferenze poiché, oramai, c’è stato un intreccio totale di stili e orientamenti linguistici per cui è quasi impossibile identificare una unicità , è come se tutte le modalità del fare arte fossero state messe in un frullatore.

 

A.R.:  qual è, invece, l’approccio nella selezione delle gallerie?

C.S.:  Intanto, per prima cosa, si guarda alla storia delle gallerie, alla loro attività nel corso del tempo e naturalmente la serietà professionale delle stesse. Le gallerie chiacchierate perché nella loro storia hanno ad esempio spacciato “falsi” o fatto delle operazioni diciamo truffaldine, evidentemente di quelle non se ne parla. Conta poi il “progetto” che le Gallerie presentano, che deve essere concepito in questo modo: indicare gli artisti che s’intendono portare in Fiera e fornire possibilmente anche la documentazione delle opere che intendono esporre, questo perché un conto è dire, per esempio, porto un De Chirico: ebbene, ma quale De Chirico? Che tipo d’opera?... Una litografia o un’opera più importante? … Su queste basi esiste poi un Comitato di selezione che valuta questi elementi per tutte le gallerie.

Il Comitato è composto dai membri di un gruppo selezionato di galleristi e naturalmente dai due Direttori che, tuttavia, hanno diritto di voto uguale a tutti gli altri, e dalla somma dei voti si stima una classifica.

 

A.R.:  Com’è lavorare con il suo collega Giorgio Verzotti?

C.S.:  Verzotti ha una formazione e una propensione spiccata verso il contemporaneo, io, invece, ho una formazione da storico anche mi sono occupato e continuo ad occuparmi di contemporaneo inevitabilmente, poiché ho avuto questa indicazione da un mio grande e indimenticabile Maestro che è stato Francesco Arcangeli il quale, secondo la lezione di Longhi, diceva che la storia deve andare di pari passo con l’attualità e l’attualità dev’essere vista con la conoscenza della storia, i due momenti devono marciare insieme … anche se poi Longhi predicava bene ma razzolava non sempre bene, ma questo è un altro discorso.

Con Giorgio Verzotti ci siamo distribuiti i compiti ma tutte le decisioni prese sono condivise. Sia nell’individuazione delle Gallerie che nei contatti, nella composizione delle sezioni di ArteFiera; facciamo tutto assieme! E devo dire che siccome per orientamenti, formazione, gusti, siamo completamente diversi, forse è proprio per questo che non c’è mai un’ombra!

Ormai sono quattro anni ed è meraviglioso lavorare così in sintonia.

 

A.R.:  Poiché sono passati appunto quattro anni, c’è un intento programmatico a lunga scadenza? Mi viene in mente un parallelo con la Biennale di Venezia che con il 2015 ha concluso con la direzione di Okwui Enwezor una trilogia iniziata nel 2011, che nelle tre edizioni ha proposto il rapporto tra Arte e passato, presente e futuro …

C.S.:  Si deve tenere presente una cosa, innanzitutto: che i nostri contratti non hanno scadenze illimitate. Abbiamo avuto un primo contratto biennale e poi un secondo, sempre biennale, che effettivamente scade quest’anno. Con contratti di soli due anni non si possono fare progetti decennali o con una scadenza di lungo corso…

Nonostante questo, abbiamo messo in campo delle iniziative nella speranza che potessero avere una continuità, ad esempio quella della Mostra collaterale ad ArteFiera, che in realtà risultasse una sua emanazione, che abbiamo visto ci stanno copiando: Torino, ad esempio, l’ha dedicata a Cattelan per fare colpo, anche se poi i torinesi si sono visti dare delle mazzate da Cattelan con delle caricature di alcuni personaggi; o la mostra a celebrazione di un artista come Aldo Mondino, che mi ha fatto molto piacere, dato che prima invece era dimenticato totalmente dai torinesi .

Ricordo che ai funerali di Mondino, dove ho partecipato personalmente poiché eravamo molto amici, non ho visto nessun artista e nessun addetto ai lavori che fosse di Torino, nonostante lui avesse avuto un grandissimo affetto nei confronti di tutti loro. Ricordo che gli curai una mostra, la più grossa che egli abbia mai fatto a Torino, dal titolo “Aldologica”; l’aveva scelto lui, ragionandone insieme, sul tipo di mostra io volessi realizzare. Gli dissi che per me poteva fare ciò che voleva poiché conoscevo il suo lavoro, il suo estro, la sua creatività, volevo che fosse la mostra della sua vita, almeno sino ad allora, e che doveva seguire la su logica: <Mi hai già dato il titolo! Aldologica!> mi disse appunto, … titolo che molto furbamente Cattelan ha poi usato - senza fare citazioni - per dedicargli una sala.

Questo per dire che l’idea della mostra collaterale alla Fiera che noi abbiamo lanciato rafforza il principio che, assolutamente d’accordo tra me e Verzotti, dovesse essere il più curatoriale possibile - pur non amando affatto il termine curatore -; vale a dire che fosse un’emanazione del progetto dei direttori.

Il primo anno abbiamo realizzato “Storie Italiane” all’interno della  Fiera poiché  allora c’erano poche gallerie e avevamo più spazio disponibile.

Abbiamo dunque affidato l’esecuzione a Laura Cherubini e Lea Mattarella che lavoravano sotto la nostra supervisione, pur avendo in pratica carta bianca su ogni scelta, salvo poi venirci comunicata e resa ufficiale.

Questo per dare un preciso segnale di riferimento alla Fiera, che non è solo la più importante Fiera in Italia, ma la sua italianità viene ribadita non per provincialismo, ovviamente, ma perché noi non temiamo il rischio di essere considerati provinciali.

Provinciale è chi teme di essere definito “provinciale” ed ha dunque un complesso d’inferiorità, non interessa che un artista sia o no italiano, sennonché sia importante, così come, al contrario, non m’interessa un artista italiano considerato scarso, mi spiace solo per lui che lo sia anche perché è italiano. La nostra scelta voleva rimarcare l’importanza che l’Arte Italiana ha avuto nel secolo scorso, principalmente perché ritenevamo che fosse stata sottovalutata per l’inadeguato sostegno delle strutture Pubbliche, e dunque del sistema dell’Arte in Italia, e che non l’avesse legittimamente sostenuta.

Adesso fortunatamente le cose stanno cambiando perché sta cambiando la struttura complessiva di quel sistema, grazie soprattutto ai privati, alle Fondazioni , etc.

Inoltre, eravamo convintissimi che senza tutti i pregiudizi che ci sono stati, i complessi di sudditanza psicologica che abbiamo alimentato, e che tuttora molti alimentano, verso l’arte d’oltre confine, l’arte italiana potesse avere il giusto riconoscimento.

Ci sono gallerie italiane che non hanno mai esposto un’arista italiano solo per voler essere di livello internazionale.

Ma una galleria che espone artisti di basso livello, stranieri o italiani che siano, rimane pur sempre una galleria di basso livello ...

Questo era dunque il nostro intento, tant’è che quando suggerii l’idea del “Made in Italy” (“Must Have – Proud to be italian”, mostra di Marcello Reboani presso l’Hotel Baglioni Ndr) la cosa turbò non poco, molti sussurravano che la mostra era un ripiegamento provincialistico, ma io e Verzotti continuavamo a dire che provinciale era chi ha paura di esserlo, mentre chi non si pone questo problema non ha paura di insistere e riproporre questo tema.

In fin dei conti, se in un recente passato ci è stato detto da importanti studiosi, critici e osservatori stranieri che, se l’800 è stato il secolo in cui aveva dominato la Francia, il ‘900 era il secolo dell’Italia, perché dobbiamo avere complessi d’inferiorità nei confronti di quanto proviene d’oltreoceano? Questo può essere se parliamo di Warhol o Pollock o Chapon – controlla-, ma gli stessi stranieri ci dicono che molti artisti tuttavia celebrati non valgono altrettanto, che siano italiani, o tedeschi o francesi. E’ una sudditanza psicologica che scontiamo atavicamente perché, storicamente, siamo stati forse troppo a lungo dominati, siamo stati abituati per questo a sentirci inferiori, se questo era vero.

Dopo aver fatto vedere che per noi non era un problema di nazionalismo e di provincialismo, io e Verzotti abbiamo realizzato due mostre, una era “Il piedistallo vuoto”, l’altra “Troppo presto, troppo tardi”, “Too early, too late “, affidate entrambe a Scottini, ognuna unicamente dedicata ad aree culturali diverse, sui Paesi dell’Est la prima e sul Medio Oriente l’altra, e non erano affatto idee provinciali, l’internazionalità c’era tutta!

La nostra intenzione era di voler guardare, per il primo anno, - quasi fosse un omaggio -, alla storia della Fiera italiana per eccellenza e a un secolo importante per l’Arte italiana, per fare poi un focus su realtà culturali diverse.

Quest’anno abbiamo realizzato un’altra mostra che presentava circa quarantacinque artisti italiani portati dalle gallerie nel corso delle quaranta edizioni della Fiera. L’abbiamo fatto per gli artisti italiani, per una ragione molto semplice: poiché recentemente le grandi Aste internazionali, da Soteby’s a Christie’s, così come i grandi Musei e Fondazioni straniere, hanno tributato dei riconoscimenti a livello espositivo ma anche di mercato impensabili, specialmente verso una fascia di artisti italiani che, ad essere sincero, non avevo mai considerato come grandissimi a livello internazionale, di cui però ne ho dovuto prendere atto.

Pertanto, accanto a grandi Maestri storicizzati che tutti conosciamo per il loro riconoscimento internazionale, si sono aggiunti, dal secondo dopoguerra a oggi, nomi come Fontana, Burri, eccetera; poi dagli anni ’60 e ’70 Manzoni, Bonalumi, Castellani, Scheggi e altri, che si aggiungono agli artisti dell’Arte povera, già ampiamente riconosciuti a livello internazionale, e a quelli della Transavanguardia, malgrado da un pò di tempo questi ultimi incontrino una minore attenzione in virtù delle oscillazioni del gusto e del mercato.

Questo significa che come direttori abbiamo voluto fare di ArteFiera, quanto più possibile, non solo ed esclusivamente  la Fiera mercantile, ma anche renderla culturalmente importante sul piano della storia dell’Arte e del gusto nel corso del tempo.

 

A.R.:  avete poi organizzato per sezioni le gallerie, per i Solo Show, per la Fotografia, per i Giovani, dando una maggiore razionalizzazione delle esposizioni in modo da essere il tutto più ordinato e leggibile e questo è molto apprezzato …

C.S.:  Di questo abbiamo, in effetti, un riscontro positivo e ci fa molto piacere!

A.R.:  Per concludere, qual è secondo lei il valore aggiunto che rende ArteFiera così importante in Italia rispetto anche ad altre Fiere sul territorio italiano?

C.S.:  Sono, in effetti, Fiere diverse. Per ArteFiera innanzitutto la sua primogenitura, e il fatto che insieme ad ArtBasel sia stata la Fiera più antica d’Europa e dunque del Mondo, le dà un grande carisma.

Poi il fatto che, quasi da sempre, anche quando sono cresciute le altre fiere, Bologna sia “la Fiera Italiana dell’Arte” per eccellenza, e non tanto fiera d’Arte italiana: anche quello un elemento importante, perché in nessun’altra fiera in Italia, e a maggior ragione anche fuori confini, si possono trovare un campionario e una quantità di arte del nostro Paese tanto importante quanto a Bologna.

Visto il favore di cui gode adesso l’Arte Italiana, questo è senz’altro un valore aggiunto. Ma è un valore che conferisce allo stesso tempo un’identità precisa alla Fiera di Bologna che sin dagli inizi portava artisti italiani accanto ad artisti stranieri, basti citare la settimana della Performance su tutte le altre iniziative culturali collaterali sin dagli esordi. Ed ha rafforzato, specialmente negli ultimi tempi, questa identità nell’aspetto curatoriale della Fiera e delle sue caratteristiche storiche.

Per fare un esempio, paragonando la Fiera di Torino, questa ha il numero più alto di gallerie straniere rispetto alla nostra, perché noi non “corriamo dietro” né paghiamo le gallerie straniere perché vengano qua. Ed intendo pagamenti che possono avvenire in varie formule, come premi acquisto, garantiti, assegnati etc. … Noi non dobbiamo inseguire Torino e Artissima, che è interamente proiettata sul contemporaneo, anche se mantiene una parte dedicata alle gallerie storiche, sebbene con una sezione staccata e sicuramente minore, fatta per compensare la mancanza di gallerie che portino anche un pò di storia.

Sarebbe ridicolo che ArteFiera cercasse di imitare, dunque, Torino che è interamente puntata sul contemporaneo, poiché questa è la sua identità e la sua forza. Il giovanilismo è una carta di credito che può spendere tranquillamente ed ha un valore internazionale che noi non stentiamo affatto a riconoscerle. Sarebbe assurdo che Bologna si sentisse in competizione con Torino perché ArteFiera ha un’altra identità, un’altra storia, altri obiettivi ed è questo che la caratterizza rispetto a tutte le altre.

Inoltre, ed è confermato da tutti, a Bologna il mercato funziona di più, sul piano delle vendite ArteFiera non ha concorrenza con le altre Fiere. Forse perché la stragrande maggioranza del pubblico dell’Arte, appassionati, collezionisti, addetti ai lavori, proviene dal Centro Sud, da sotto il Po all’estremità Sud d’Italia, si ferma a Bologna e molto difficilmente, in misura molto inferiore procede verso mete del Nord, mentre non è vero l’inverso. Questo significa molto per una città molto più piccola, com’è Bologna, rispetto a Milano o Torino ed anche a Roma.

 

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