Volto Pagina

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Intervista a Giovanni Pulze 

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di Anna Rubbini

 

Inizio questa sezione di Volto-Pagina presentando, non a caso, Giovanni Pulze.

Non a caso perché leggendo la sua biografia e poi conoscendo questo artista,  uno dei più colti autodidatti da me incontrati, ho scoperto molteplici capitoli di un’esistenza da sempre  rivolta all’arte e alla pittura figurativa.

Pur provenendo dalla chiusa provincia trevigiana, con caparbietà e una parte di fortuna ha avuto modo di incontrare autori di spessore a cominciare da Orlando Fasano, nei primi anni ’80, la cui influenza ha dato inizio anche ad un sodalizio lavorativo che lo ha accompagnato nella sua formazione.

Passando dall’esperienza degli anni ’90 dell’occhialeria d’alta moda, alla imprenditorialità nel settore dell’abbigliamento giovane, con alterne fortune ha sviluppato doti artistiche nell’ambito del design che gli hanno fatto conoscere fama e successo.

Ma come dicevo prima, per Giovanni Pulze approdare al lavoro di artista non è stata una strada priva di curve, ed è dalla deriva di una carriera parallela che arriva la possibilità di scegliere di dedicarsi esclusivamente alla sua vera passione.

Per apprezzare a fondo l’opera di Pulze, conoscere la persona e sentire rivelare il sentimento positivo che anima la sua vita ed in che modo egli lo traduce, un angelo celato dalle bianche ali, ha reso più interessante scoprire i risvolti di un lavoro la cui piacevolezza è data dall’abile uso dei colori e delle immagini alla “pop art”, ancora più godibili perché contestualizzati a situazioni quotidiane in città metropolitane e note all’immaginario collettivo.

L’incontro per la prima volta una sera di marzo, accompagnata da un amico comune che lo conosce dall’adolescenza. Sono in soggezione perché lo precede una fama d’artista schivo e un po’ burbero e mi trovo presto a dovermi ricredere, trovando un uomo piuttosto timido, divertente e sorprendentemente generoso, come solo le persone che si sono guadagnate la vita sanno essere.

Quella che leggerete non è dunque una vera e propria intervista, piuttosto un racconto, personale e sincero dell’antitesi di un’artista, nel senso contemporaneo del termine, mache lo è nel suo significato più vero, genuino e originario. Ed è stato così che parlando e studiandoci a vicenda, le domande sono arrivate spontanee, ed a volte reciproche...:

 

A.R.: Vorrei che mi raccontassi un po’ del tuo lavoro di designer, che rapporto hai con quello di artista? 

 

G.P.Il lavoro di designer, che ho un po’ accantonato dal 2005, è stato un passaggio come altri per approdare a quello definitivo e sempre ambito nella mia vita di diventare un “pittore professionista”. Dico “pittore” e non artista perché l’”artista”è per me quella figura che spesso viene idealizzata, che vive di sogni, di discorsi filosofici sull’arte, di sonni sballati e di corte giornate. Preferisco dunque definirmi un “pittore” perché è grazie a questo mestiere che vivo e con quello che dipingo che pago il mutuo e le bollette.

Amo fare questo perché da un senso al mio essere al mondo, mi fa sentire vivo. Non so se posso definirla vocazione, ma di sicuro questa attività è anche una scelta. Un qualcosa che si affronta solo per passione, non certamente per il denaro che se ne può ricavare. Ricordo con nostalgia le parole ironiche di mio padre : “cosa non fai pur di non lavorare”. Anche lui, come tanti altri attorno a me, non credeva in questo percorso.

Prima di questo però ho fatto anche il designer, per dieci anni. Lo diventai per caso, perché, pur avendo sempre attitudine nel dipingere, ma non riuscendo purtroppo a mangiare solo di “pittura”, incontrai una persona che mi disse che "facendo dei quadri per venderli" non avrei mai visto un soldo!... ma piuttosto facendo il designer –era la fine degli anni ‘80–avrei guadagnato molto bene. Al tempo lavoravo di notte in discoteca, questo mi permetteva la giornata libera per la mia passione “en plein air”e la possibilità di arrotondare le spese di sopravvivenza. Cercavo un’opportunità di guadagnare di più per diventare un giorno uno che “viveva di quadri”, e mi sembrò il momento giusto per dare una svolta alla mia vita.

Fu così che, non senza difficoltà, e, se ci ripenso, con molto coraggio e faccia tosta, iniziò un periodo di crescita professionale e personale, di stabilità economica e di affermazione. Un periodo che mi ha dato modo, grazie anche a persone con cui ho collaborato nella vita e nel lavoro, di sviluppare come mai prima, doti creative e abilità realizzative che pensandoci, oggi sarebbero assurde quanto irrealizzabili.

 

A.R. Obiettivo raggiunto dunque, bella posizione, bel lavoro, affermazione personale…: perché dunque, a quel punto, cambiare? Come mai hai deciso di iniziare il lavoro d’Artista?

 

G.P. Perché all’improvviso la fortuna può girare, le cose cambiare e in un attimo tutto può stravolgersi, ed è così che è andata!!! Paradossalmente però, quella sconfitta è stata anche la mia fortuna!

 

A.R. Non capisco, spiegami…?

 

G.P. Ero all’apice del successo e del buon andamento degli affari, allora mi occupavo di design nell’occhialeria collaborando con le maggiori griffe del fashion internazionale, avevo ideato una nuova linea di abbigliamento con il brand “Jeans Latino” e cogestivo uno studio grafico. Diciamo, per farla breve e senza entrare nei dettagli, che alcune decisioni inopportune, troppa fiducia e responsabilità riposte in persone sbagliate e soprattutto una improvvisa e dolorosa situazione famigliare hanno messo in crisi tutto.

Fu per me un momento di profondo sconforto, perché mi ritrovai da una condizione di benessere e agiatezza, di belle auto, di cene con amici, di sicurezza economica, al nulla: debiti, problemi personali e familiari e, non plus ultra, all’impossibilità di continuare a lavorare!!! Dieci anni di duro lavoro e sacrifici svaniti nel vento. Dovevo ricominciare tutto da zero.

In quel periodo assurdo, durato quasi quattro anni, ripresi a dipingere con continuità e a contattare di nuovo qualche galleria, e fu allora che iniziai a rappresentare la figura di un Angelo. In quel momento quella figura significava per me la speranza, il desiderio di avere una seconda occasione, era come una preghiera all’esistenza di qualcosa di Superiore che mi potesse aiutare. Dipingevo Angeli tristi in luoghi desolati, in fabbriche abbandonate e in città deserte su fondi monocromi… ma erano, evidentemente, tele troppo tristi anche per i galleristi che non ci credevano. Scoprii che è vero quello che dicono: bisogna che sia notte fonda per riuscire a vedere le stelle e la mia sconfitta era proprio totale quando, come per magia, una serie di coincidenze incredibili, nuovi contatti e telefonate da persone del mondo artistico, fino ad allora a me assolutamente sconosciute, mi hanno fatto intravedere la luce in fondo al tunnel. Era il segnale che aspettavo. Da quel giorno decisi che la mia pittura doveva testimoniare questa esperienza, come il messaggio positivo che trovate quasi sempre alla fine di ogni testo critico:

“ Quando meno ce l’aspettiamo, … e la disperazione ci domina, può capitare che un qualcosa o un qualcuno ci venga in aiuto. Questo aiuto lo possiamo chiamare Provvidenza, Fortuna o Destino. La mia risposta positiva è semplicemente la figura dell’Angelo che non ha l’alto valore religioso della tradizione, né la trasposizione pittorica di varie incarnazioni cinematografiche ... L’Angelo può essere un persona qualsiasi … una persona incontrata casualmente che ti cambia la giornata con un sorriso o la vita con un gesto.

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