Cinema come rappresentazione – un bisogno d’immagine quotidiano

La cinematografia come forma di rappresentazione, si distingue tra le più fertili, stimolanti e popolari manifestazioni artistiche del nostro tempo: il cinema ci appartiene perché si insinua nelle nostre case e nella nostra mente, come una parte irrinunciabile della quotidianità.

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Recensione - L'apparenza inganna

di Anna Rubbini

Daniel Auteuil e Gérar Depardieu

Sempre rinchiusi in periodo di Covid, e vista la “Cena dei cretini”, sublime e raffinata commedia dell’assurdo firmata Francis Veber, non potevo farmi mancare il film seguente, “L’apparenza inganna”. Un altro successo di questo regista, che in una sceneggiatura estremamente diversa dal precedente, riesce a mantenere una certa ricercatezza malgrado i soliti toni di scherno, la sagacia e l’ironia che contraddistingue la sua filmografia.

Lo stile di Veber è quasi metodico, assolutamente riconoscibile, sempre al limite degli eccessi ma di grande eleganza e intuito.

Un film datato 2001, che qualche critico di allora riteneva volgare anche se divertente, per le tematiche affrontate, quali in particolare l’omosessualità, ridicolizzata come spesso ancora si faceva vent’anni fa, particolarmente sul posto di lavoro. Certo oggi questo fa sorridere i più, ma siamo sicuri che sia davvero tutto superato?

Il cast, sempre cento per cento francese, oltre ai suoi già comprovati protagonisti, quali Thierry Lhermitte, vede la partecipazione, nonché grande interpretazione, di Gérard Depardieu nel ruolo di Felix Santini, carnefice e vittima del film anche se in una parte non da protagonista.

La storia gravita attorno a Daniel Auteuil, noto attore delle scene francesi, che riveste il ruolo di François Pignon, nome molto amato dal regista dato che, anche nel precedente lavoro, il suo protagonista si chiamava così.

La figura di Pignon cresce nel divenire degli eventi, compensando una propria mestizia fisica ed erotica, non bella e senz’altro non vincente, attraverso l’inattesa capacità di rivelare attimi di grande comicità. Ma il film è anche un supporto di positività, di educativo conforto, ripeto, soprattutto per quei tempi, ben equilibrato tra serietà e scherno, tra piacere e afflizione.

E’ il riscatto della normalità, quasi banale, di una persona che sa vivere soltanto in modo consueto e la gioia e il compiacimento di prendersi delle libertà. Insomma, ancora una volta, delle tematiche (ancora) attuali, come appunto, l’omosessualità, il pregiudizio, il mobbing, la difficoltà delle relazioni, il matrimonio e il divorzio, il rispetto del prossimo, la sessualità, così come il valore della quotidianità, e perché no, della noia, dipanate tramite lo sguardo astuto di un regista intelligente. E come è facile giudicare dalle apparenze ed essere vittima dello sguardo superficiale e distratto con cui gli altri ci vedono!

Il protagonista quindi, François Pignon, sta vivendo un momento particolarmente difficile della sua esistenza: separato dalla moglie e evitato dal figlio diciassettenne che si nega ad ogni sua telefonata e salta ogni incontro da lui invece tanto atteso; ed infine l’azienda in cui lavora come contabile che ha deciso di licenziarlo per la sopraggiunta crisi economica. Una situazione davvero penosa per un uomo considerato meno di niente, che lo conduce alla disperazione e a tentare dunque il gesto estremo. E proprio mentre Pignon sta per gettarsi dal balcone della sua abitazione, viene visto e fermato dal suo nuovo vicino di casa, un anziano signore col quale stringerà una solidale e rispettosa amicizia.

Il vicino, impersonato da Michelle Aumont, ascolta la sua storia e lo convince ad usare un espediente per risolvere il suo problema lavorativo, ovvero fingersi omosessuale. Lì per lì Pignon non apprezza l’idea ma si fa poi convincere e gli concede quindi di realizzare dei fotomontaggi con il suo volto su figure inconfutabilmente gay e di spedirle alla ditta in forma anonima. Da qui la svolta della sua vita, dato che l’azienda produce profilattici e che rischierebbe quindi di mettersi in cattiva luce in questa preziosa fascia di consumatori, e temendo un calo delle vendite, decide perciò di non licenziarlo più. La voce si sparge, e tra chi crede e no alla sua rivelata natura, si scatenano una serie di atteggiamenti nei suoi confronti da colleghi e dirigenti, che fanno senz’altro parte della commedia degli equivoci, dei pregiudizi e della goffaggine umana.

Da quel momento alcuni diventeranno inaspettatamente gentili, oppure morbosamente curiosi, o aggressivi per timore della pedofilia, che ovviamente non c’entra niente, ma sottolinea come la mancanza di conoscenza  e il pregiudizio travisino le cose all’estremo.

Piano piano però, in modo sorprendente, questo nuovo aspetto della sua vita lo migliora, lo rende più interessante agli occhi di tutti, ed anche il suo rapporto d’amicizia con il vicino si consolida nell’evolversi degli accadimenti.

Persino la sua capoufficio, la dottoressa Bertrand, impersonata da Michèle Laroque, una bella donna perspicace e sicura di sé, si accorge di lui, tanto da tentare di sedurlo per verificare l’autenticità della sua omosessualità. Ma lei non si arrende al primo rifiuto e nell’insistenza riesce a conquistarlo e a smascherarlo. A questo punto Pignon riprende in mano la sua vita reale e la verità, ma i giochi sono fatti ed è lui a gestire le situazioni. Ritrova il rispetto della ex moglie mettendola alle strette, recupera il rapporto con il figlio e la sua attenzione, ritratta con orgoglio la sua posizione lavorativa con il presidente dell’azienda.

In mezzo a tutto questo due grandi interpreti: Depardieu/Santini, che da carnefice diventa vittima dei suoi stessi pregiudizi e il vicino di casa Michel Aumont/Belone, coordinatore della sua nuova identità, che in lui rivede un giovane sé stesso, che apprezza la sua banalità, e la ripetitiva, semplice quotidianità, senza eccessi ma comunque problematica.

L’amore si riscatta, l’uomo si libera, il rispetto si salva. Una moralità didattica che fa sempre bene, valida vent’anni fa come ora, di cui Veber è un consapevole acuto traduttore, mantenendo sempre il sorriso sulle labbra, anzi qualche volta una fragorosa risata. Il regista mette in pentola tutti gli ingredienti per la perfetta riuscita: la famiglia moderna, quella separata che fa fatica a capirsi; l’amicizia e il mutuo soccorso, tra vicini, tra colleghi; la conquista del rispetto e dell’orgoglio, passando attraverso gli insulti ed arrivando poi alle scuse; i pregiudizi e il superamento degli ostacoli; i sentimenti, tra uomo e donna, tra genitori, tra amici; ed anche il sesso, la seduzione, la conquista.

François Pignon, il nostro signor Mario Rossi, con guadagnata sicurezza si fa dunque strada nella quotidianità per essere dentro alla foto di gruppo che ogni anno la sua azienda immortala, e con una doverosa spallata, taglia fuori chi davvero non conta nulla o, perlomeno, non se lo merita.

Secondo me, assolutamente da vedere. 

 

                                                    

12 giugno 2020

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