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"CINEMA E TATOO" : Intervista a STEFANO MARCHESINI 

di Valerie Tosi

 

Questo film è un omaggio alla tradizione, alla filosofia e alla poesia del tatuaggio giapponese e al rispetto, al sacrificio e alla dedizione che stanno dietro il lavoro di un grande maestro.

Abbiamo poi "Once were warriors", del ’94, dello neozelandese Lee Tamahori. La tesi esposta dal regista è il contrasto tra la dignità del moko, tradizionale tatuaggio sul volto, che nelle generazioni passate si portavadietro le connotazioni familiari e la memoria degli avi e la delinquenza e l’immoralità delle nuove generazioni, che del moko conservano solo la connotazione estetica legata alla sua spaventosità, come mezzo per riconoscersi appartenenti alla stessa gang e incutere paura.

 

Pensi che un tatuaggio messo in mostra possa rendere indelebile nella memoria un film?

Sono sicuro che ad ognuno sia rimasto nel cuore un film per un tatuaggio, a partire da "La rosa tatuata" del ’55, con Burt Lancaster e Anna Magnani, o Cape Fear - il promontorio della pauradegli anni Novanta, fino ad arrivare a pellicole più recenti come La promessa dell’assassino, capolavoro di David Cronenberg o alla trilogia svedese "Millenium" di Oplev e Alfredson, adattamento cinematografico dei romanzi di Larsson.

 

Negli esempi che mi hai citato il tatuaggio appare un elemento essenziale per la caratterizzazione dei personaggi...

Assolutamente sì. Ad esempio la protagonista femminile di Millenium, Lisbeth Salander, ha un drago biomeccanico nero tatuato sulla schiena. Lei è un personaggio che rappresenta in toto il corpo violato e alla violenza psicologica e sessuale da lei subita il narratore prima e il regista poi affiancano questa ulteriore violazione.

Non posso non citare gli ultimi sei episodi della terza stagione del serial televisivo "Hannibal" di Bryan Fuller, dedicati al personaggio Francis Dolarhyde, uno psicopatico intelligente che si identifica nel grande drago rosso, essere mostruoso raffigurato da William Blake nel celebre dipinto ottocentesco "The great red dragon and the woman clothed with the sun". Dolarhyde si fa tatuare quel drago sulla schiena e il drago si anima e si impossessa di lui, diventa lui, compiendo omicidi efferati. Fortemente significativa è una scena in cui egli ruba da un museo l’opera cartacea di Blake raffigurante il grande drago rosso e la divora. L’immagine divorata è esclusivamente del suo divoratore, è lui. L’arte è nutrimento e aspirazione, al di sopra di ogni cosa.

 

Il tatuaggio divora l’uomo che c’è sotto e l’uomo divora l’arte. È successo anche a te? So che hai sulla schiena un drago del maestro giapponese Horiyoshi III.

A me è capitato di non accontentarmi mai del tatuaggio giapponese fotografato e di voler portare a Bologna un esempio della cultura figurativa giapponese che potesse servire ai miei allievi.

 

Ma come ti ha cambiato il tatuaggio?

In un primo momento ti senti osservato per il tatuaggio, poi ti senti osservato e basta, perché ormai è diventato parte di te e non sai quasi più di averlo, come altri aspetti della tua personalità.

Nel cinema colui che ha comunicato al meglio questo aspetto, seppur con un tragico epilogo, è stato proprio Bryan Fuller con il "Grande Drago Rosso". Egli ha unito in un’identità autentica e rivelatoria un corpo tatuato, l’arte e la follia.

 

Finora abbiamo visto come i tatuaggi sono stati usati nel cinema ma le immagini cinematografiche a loro volta influenzano il tatuaggio?

Siamo in un’epoca in cui l’iperrealismo nel tatuaggio è di gran moda. Il cinema è l’arte trainante del nostro secolo e produce delle icone, nelle quali ci si vuole identificare.

Ho tatuato Daniel Day-Lewis ne "Il petroliere", Jack Nicholson in "Shining" e come "Jocker" in Batman, la corsa disperata di Anna Magnani in "Roma città aperta", l’elmo di Russell Crowe ne "Il gladiatore", Marilyn Monroe e altri ancora.

Scegliere un frame cinematografico anziché una fotografia come immagine per un tatuaggio ha una forte implicazione figurativa ed emotiva perché permette di rappresentare il momento di massima tensione di un volto o di una scena, prima che l’energia dirompa, il punto di tensione estremo della molla prima che questa scatti. Molti dei miei clienti mi chiedono proprio questo effetto.

 

Se tu dovessi scegliere un’immagine cinematografica da tatuarti, quale sceglieresti?

"Il matrimonio di Barry Lyndon" di Stanley Kubrick. È un momento pittorico altissimo, con la sua simmetria, precisione, poesia, che incide nell’evoluzione dell’identità morale e sociale del personaggio in maniera indelebile. Raramente ho visto dei film che possano essere definiti arte. Barry Lyndon lo è.

 

Il cinema è una forma d’arte, e il tatuaggio?

Raramente, come il cinema, lo è. Accostare a priori il tatuaggio al concetto di arte è molto complesso e rischioso. Il tatuaggio può essere una forma d’arte qualora sia la testimonianza del linguaggio di una società ed è la società che a quel punto lo eleggerà come arte. Spesso il tatuaggio ha avuto la velleità di accostarsi all’arte e in effetti ne ha ripercorso nella sua storia le dinamiche fenomenologiche, dal classicismo al cubismo, all’iperrealismo e all’odierno astrattismo. Il tatuaggio è entrato nelle gallerie più come performance che come opera d’arte. Nel 1995 alla galleria Planita di Roma, in occasione di una mostra sul tema cinema horror ho fatto una performance tatuando un biomeccanico di Giger. Ad Arte Fiera a Bologna nel ’93 ho tatuato Fabrizio Passarella, al Circolo Pavese nel ’94 Santolo de Luca.

 

La gente come accoglieva tutto questo?

Con grande meraviglia. Farlo oggi non sortirebbe certamente quell’effetto, anzi, probabilmente mi manderebbero a quel paese. Se da una parte oggi il tatuaggio è stato sdoganato, nel senso che tutti lo conoscono e in qualche modo lo accettano, è anche sputtanato, lo mettono dappertutto e in tutte le salse. La dimensione artistica in questo senso ti salva, altrimenti rischi di passare da magico santone a parrucchiere estetista, con tutto il rispetto per le parrucchiere e le estetiste.

 

Se tu potessi girare un film sul tatuaggio, che storia ti piacerebbe raccontare?

Dopo trent’anni di questo lavoro sarebbe autobiografico...la mia vita accanto al tatuaggio.

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