top of page

LA PAURA FA '90...ANCORA - 7° capitolo

di Santolo De Luca


Santolo De Luca - Foto di Iaia Gagliani

L’attesa presenza di Santolo De Luca su aARTic definisce uno sguardo sull’arte contemporanea, ed in particolare sulla pittura, vista attraverso i suoi occhi e le sue opere.

Il suo intervento si svilupperà attraverso più

capitoli, analizzando la

contemporaneità scandita dagli eventi che negli ultimi venticinque anni

hanno segnato la nostra storia e le nostre emozioni.

A partire dagli anni ’90, periodo in cui la corrente

“medialista” lo vede protagonista e maggior esponente, l’Artista ci disegna la sua opera attraverso gli accadimenti sociali,

politici e culturali che hanno segnato il suo percorso stilistico e concettuale.

Le parole per Santolo De Luca hanno un valore assoluto, sono parte essenziale dell’opera, sono definizione,

gioco, suggestione, divertita ironia; sono il cuore pulsante della figurazione, sono opera stessa.Ed è con grande attenzione che dobbiamo decifrare questa sua incisiva e pittorica dialettica. A.R.


“L’opera e il titolo, l’immagine e la parola, la poetica e il concetto, l’estetica e i contenuti, il prezzo e il valore, l’esistenza e la vita….lo Spirito e la materia, l’anima e il corpo: si possono anche fondere ,ma non confondere”…

Nel 1992, presentai il mio lavoro con una personale dal titolo “Mezzogiorno” alla Galleria Studio Cristofori di Bologna, uno spazio espositivo che in quel momento era tra i più seguiti in Italia grazie all’interessante proposta della gallerista Loretta Cristofori, molto apprezzata oltre che per il suo trascorso storico in quanto proponeva giovani artisti che in quel momento esprimevano una ricerca linguistica pittorica e concettuale non ancora omologabile, ragion per cui la galleria era anche un luogo molto frequentato dalla giovane critica militante di quegli anni, a cui già prestava attenzione l’editoria dell’arte più attenta a cogliere ogni minimo segnale ri-evolutivo del pensiero artistico, attraverso quella che veniva definita “ricerca”.

La giovane Critica degli anni ‘90 è stata anche l’ultima generazione definibile di “ricercatori”, in quanto al pari di un ricercatore scientifico, arrivava a cogliere l’attimo di ibridazione di una nuova “genetica” dei linguaggi accomunati da un nuovo e unico Gene e che nell’ Arte contemporanea di quegli anni , era riscontrabile in giovani artisti che per la prima volta, se pur nella diversità linguistica, rivelavano la conclamata contaminazione genetica originata dal tubo catodico. L’espressione della prima generazione ad essere stata letteralmente svezzata dalla TV, attraverso immagini prodotte da frequenze gestibili a distanza con un telecomando, la cui tastiera ci educava all’apprendimento fisico del susseguente telefono portatile grazie al quale si maturava una nuova percezione tattile, si sviluppava un nuovo senso da sperimentare: Il prolungamento fisico del braccio e di ogni senso di percezione, dall’udire al vedere, all’agire da lunghe distanze, fino al sentire per la prima volta, sulla propria pelle, l’effetto accalorante delle onde magnetiche.

Parliamo di quella generazione che negli anni novanta prendeva coscienza di essersi ritrovata a nascere contemporaneamente a una nuova tecnologia da sperimentare come strumento di espressione, ma soprattutto di comunicazione: strumenti appunto che all’inizio degli anni ’90 si cominciavano a definire Media. Certo, espressione e comunicazione stanno bene insieme nell’esplicitazione di Media, ma a trent’anni di distanza, oggi, ci è sempre più chiaro che non sono la stessa cosa. Esprimere è Trasmettere, non più Comunicare.

Come “esprimere” Amore non è detto che sia corrisposto, così “trasmettere” notizie non è dato che siano smentite. In entrambi i casi, il trasmettere, che è l’esprimere, esclude il comunicare. L’Espressione dei media ha avuto il sopravvento sulla Comunicazione, a discapito del concetto di condivisione che è insito nella comunicazione di un pensiero, come accade ancora liberamente tra esseri, se non altro per il gene che li tiene in comunicazione come genere, in quanto la comunicazione tra esseri è soprattutto anche la condivisione di un gene comune. L’orientamento dei media oggi è esclusivamente quello di trasmettere. Lasciandoci certamente nell’illusoria possibilità di condividere il gene comune, di comunicare tra noi, ma non con chi “trasmette”.

L’attuale organizzazione Mediatica del pensiero conformista esclude la comunicazione con esso, deregolamenta il processo di comunicazione all’esclusivo “trasmettere” attraverso l’espressione di un pensiero conformante, penetrante, come un ultrasuono impercettibile e unidirezionale, che si insinua disabilitandoci i sensi da una possibile comunicazione con esso. Un pensiero espresso che nega una plausibile corrispondenza, indifferente al comunicare degli uomini, quello condiviso o discusso, tra l’uomo che si “conforma” e l’uomo che “si informa“…

E’ un esclusivo trasmettere che esclude l’alternativa all’essere condiviso, “sentito” e accettato .

Sarebbe come se Dio avesse trasmesso la Fede tralasciando di ascoltarla, fregandosene di essere “sentito”: diciamo come se l’avesse imposta, ma questo non sarebbe da Dio, se non da un Dio della guerra. Infatti, dall’avvento dei media, ormai, quando si pianifica una guerra per invadere un paese, la strategia impone di appropriarsi, prima di ogni altra cosa, dei media sul territorio, in modo da poter trasmettere immediatamente il pensiero invasore, con lo scopo di occupare prima ancora che il paese,

mente degli uomini che ci vivono.

“Le ipotesi da scartare”, 1994, olio su cartone sagomato, cm 200x200


Trasmettere dunque non è un processo di comunicazione…,(“Le ipotesi da scartare”1993 , è il titolo di una mia opera in cui rappresento caramelle, davanti alla quale a quel tempo distribuivo al pubblico della mia mostra vere caramelle in modo che scartandole si potevano leggere all’interno della carta , delle ipotesi scritte relative all’arte, con le prime considerazioni sull’esperienza mediologica. Una di queste diceva appunto: “Trasmettere non è un processo di comunicazione”) e con rammarico prendo atto che quella mia ipotesi di allora, oggi è una realtà. La “parola” trasmessa dai media vuole essere la Parola di Dio, pretende fiducia come se fosse la fede, obbligandoti a una credibilità pretenziosa, un presunto credo che nega ogni riscontro.



Ma i media avrebbero tutt’altro compito. Chi ha comunicato il trasmettere di Dio alla Madonna è stato l’arcangelo Gabriele: è lui il Media, il Media non è Dio! Il riscontro della sua credibilità , lo troviamo nella nascita di Cristo, altrimenti la sua sarebbe stata “l’annunciazione” di una fake news, se non addirittura l’ annuncio di una menzogna, trasmessa dal cattivo pensiero terroristico di uno stupratore, soprattutto per Maria, considerato anche il suo status di Vergine.

"Una ipotesi scartata",1994, stampa su cartametallo da caramella, cm 10x10,


Le religioni, di diverse culture, anche più antiche del Cristianesimo, ci hanno trasmesso, nel corso della storia dell’umanità, che Dio è in ogni cosa, anche in quella apparentemente inerte, ma soprattutto è nell’Uomo, per cui la sua intelligenza non può che essere l’intelligenza di Dio, quella espressa poi col Cristianesimo che lo identifica nell’Uomo-Cristo, nel suo essere “a immagine e somiglianza” di Dio, espressione di energia, intelletto e di emozione.

Per cui, se Dio che trasmette è l’Uomo, Gabriele che è il Media, può solo essere riscontrabile nell’idea comunicativa di ciò che l’Uomo trasmette e che va a realizzarsi come prodotto del pensiero libero e incorrotto, scaturito dalle energie emozionali ma soprattutto intellettuali dell’Uomo, come accadrebbe in arte quando l’Opera d’Arte è degna di un pensiero illuminante, in quanto, è ad essa che è affidato il compito di comunicare.

La sua credibilità corrisponde al mondo, quando in essa si riscontra l’evento della nascita di un qualcosa che prima non c’era, ma che da sempre l’uomo chiede al mondo, ogni volta, la Verità. Allora, l’opera non smentisce il media in quanto lo è essa stessa.

L’opera : è il Media.

L’emozione dell’attrazione è il primo vero grande valore dell’Opera che comunica una verità credibile corrispondente all’attesa e che inaspettatamente si rivela... la vedi, e soprattutto la “senti”. Il sistema del mercato dell’arte ritiene che la prima vera risposta comunicativa di un’opera d’arte, sia la sua vendita, resta il fatto che gran parte di chi compra ne conosce esclusivamente il prezzo, ma non il valore, per cui spesso si ritrova a chiedersi: ma costa perché vale o vale perché costa ?

Un’Opera d’Arte è evolutiva in tutti i suoi valori quando è compatibile democraticamente con il benessere culturale, sociale, intellettivo dell’Uomo e degnamente rivolta alla sua biologica unicità di intelligenza emotiva: perché l’Emozione è intelligente! L’intelligenza artificiale produce opere fatte di algoritmi, calcoli, di dati fatti di numeri, opere che sarebbe più giusto definirle Opera-zioni. (come quelle finanziarie). L’Opera-zione di una intelligenza esecutrice che ci illude, presentandosi nella sua saccente esattezza di calcolo, come Dio: ma Dio è incalcolabile in ogni cosa e in ogni senso, sia in senso Macrocosmico, che Microcosmico. Tant’è che l’universo microbiotico dell’Uomo, altrettanto incalcolabile ben oltre quel DNA a cui pretende di rivolgersi, se pur nella sua presunta esattezza di calcolo, l’Intelligenza scientista e, guarda caso attraverso la comunicazione di un Media, definito appunto “mRNA messaggero”, il cui messaggio sarebbe funzionale allo scopo di definire o finire l’Opera-zione, negli interessi che fondono l’Uomo scienza col Dio calcolabile.

"Sostenere la luce", 1998, olio su cartone sagomato, cm 170x170


Scienza e Fede, come Materia e Spirito, si possono anche fondere, ma non confondere, perché, anche in questo caso l’Una è illuminata da qualcosa, che è l’Altra in quanto illuminante e va ben oltre la luce del Sole; parlo di quella luce che resta esclusiva espressione di “chi” tiene acceso il Sole stesso. Quel Sole, che già da antiche culture di passate civiltà, era considerato il Media di comunicazione tra l’uomo illuminato da esso, e “chi” ne tiene accesa la sua luce perpetua. La Luce: l’unica strada illuminante percorribile dall’uomo, soprattutto per quello che richiede la sua biologia di uomo illuminato, beneficiario di luce, come d’altronde ogni altra cosa al mondo, semplicemente illuminata dal sole; ma, com’è risaputo, non tutte le cose illuminate esprimono luce, la riflettono, come quella della Luna che è luce riflessa.

Sono poche le cose che esprimono Luce, e nel corso della storia dell’Uomo, delle Scienze, dell’Arte sono state ogni volta definite Illuminanti.

Si definisce, infatti, un’idea “illuminante”, ma non certo perché la cultura americana, attraverso Walt Disney, identifica l’immagine dell’idea, nella lampadina, in quanto questa anche se trasmette luce è pur sempre luce sintetica, frutto di calcolo. Ma piuttosto si intende “illuminante” come lo fu Leonardo, quando espresse quella luce che, per la prima volta nell’Arte, dava densità allo spazio infinito e incalcolabile dell’opera, fino al suo “sfumare“.

"Stendere la luce", 2010, olio su cartone sagomato, cm 20x20


In pittura l’opera illuminante non è il quadro, ma è nel quadro; il quadro necessita di essere illuminato dalla luce come ogni altro oggetto, per poterlo identificare in un riquadro di spazio, in cui la luce compie la sua opera al di là del suo riflettere, fin dove opera per illuminarsi, per essere illuminante e “fare luce”; ma oltre il vedibile del quadro, al di là delle leggibili parole, come accade nelle “Illuminazioni” di Arthur Rimbaud, o anche oltre la luce della “ragione” com’è il pensiero illuminante di Heidegger, illuminante come in Albert Einstein quando gli si “illumina” l’atomo e ne accende il nucleo, o come in Giordano Bruno, “l’eretico erotico errante”, illuminante ben oltre il suo forzato spegnimento, stesso subdolo tentativo subìto anche dalla luce di Caravaggio, occultata per più di due secoli, ma mai spenta nel suo illuminante “fare luce”, i cui raggi trapassano “l’uomo-Dio” per arrivare a illuminare “l’uomo-Cristo”, e per questo messo in ombra fino al ‘900, mentre già da tempo, per assurdo, più di lui erano stati in luce i Caravaggisti, illuminati e conformati nel frattempo alla sua luce. Disabilitato a conformarsi a nessun’altro che a se stesso e alla sua stessa luce, Caravaggio, tutt’ora illuminante, e non più solo per i caravaggisti, ma anche ormai per il sopraggiunto universo dell’immagine mediale. Illuminante è l’opera, espressione di luce, che comunica nel tempo al di là dell’intelletto visivo: quella che Permane, non quella che Perviene; alternativa sublime al mondo delle cose illuminate, anche a luce spenta.

Al buio, come adesso nello spazio di me stesso, abbandonato dalla mia ombra, faccio luce lontano nel tempo su un trasmettere comunicato per ironia della sorte ancora da un altro Gabriele, quando appunto per quella mia mostra allo Studio Cristofori di Bologna nel ‘92, che cito all’inizio di queste considerazioni, l’allora giovane critico d’Arte oggi riconosciuto teorico e storico del pensiero Medialista, Gabriele Perretta, scriveva nel testo in catalogo della mostra : “… per Santolo De Luca l’opera non si da come espressione della cultura dei Media, ma come strumento di comunicazione di massa “in sé” e dunque “alternativo alla conformazione degli altri media”...Quando a un tratto mi ritorna l’ombra e rivedo l’opera che sono io…l’opera che è l’Uomo.

,

Video: "Orfana della tua Ombra" di Santolo de Luca, 2012, Alice Rubbini ripresa da mobile 0,8 sec.



Napoli 3 luglio 2023, Santolo De Luca


archiviosantolodeluca@gmail.com


I capitoli precedenti ai seguenti link:




Commentaires


bottom of page