INTERVISTA A DAVIDE BATTISTIN
- Anna Rubbini

- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 11 min
di Anna Rubbini

E’ possibile che l’Arte Contemporanea trasmetta ancora romanticismo, poesia, intenso piacere, un sublime sentimento dettato dalla contemplazione di una figurazione caratterizzata dall’infinitezza dell’immagine, dalla rarefazione della luce, dall’attimo colto nel suo perfetto manifestarsi… ebbene sì, questo rapimento e possibilità di abbandono all’incantesimo esiste.
A trasmettere questo sentimento è l’opera di Davide Battistin, artista veneziano che non ama definirsi tale, preferisce piuttosto “pittore” - perché è l’atto che crea l’opera! - che ho recentemente conosciuto di persona proprio a Venezia, città che lo ha adottato in tempi in cui la globalizzazione ancora non l’aveva contaminata.
Un artista sorprendente e generoso nel suo rivelarsi, un amante della pittura e della luce, il suo vero soggetto, che è ispirato dal fare e dalla visione del paesaggio, dapprima affrontato en plein air e poi in studio, consapevole che la resa pittorica diventa scelta, affinamento e ricerca di perfezione emotiva.
L’intervista a Davide non è stata affatto canonica, per niente scontata: eppure, come talvolta accade, riscattata dal rapporto professionale e intessuta di dettagli e confidenze che raramente un professionista, non so bene fino a che punto consapevolmente, concede. Mi accompagna nella sua galleria, Lineadacqua Gallery, proprio vicino a Campo Manin dove ci incontriamo quel mattino, per firmare un quadro ed il titolare e prezioso amico Luca Zentilini, ci fa subito da cicerone al suo spazio ormai eccellentemente affermato tra i luoghi di cultura prima, essendo nato come negozio di libri antichi; e d’arte in seguito, come sede espositiva di artisti del territorio.
Un gallerista altrettanto competente, quello di Battistin, abile non solo nel fiuto dell’eccellenza ma nella capacità di valorizzare i suoi artisti, motivandoli e, non di meno, aiutandoli a coltivare creatività e professionalità nella completa fiducia grazie ad una grande capacità di fidelizzare il cliente e il collezionista.
E così, disinvoltamente e con piglio talvolta beffardo, Battistin si racconta, dalla sua formazione, alla maturità artistica, sino alla scelta presente di dedicarsi alla rappresentazione di Venezia, con una chiara affinità al Romanticismo e all’Impressionismo.

L’intervista inizia senza seguire una sequenza di domande, si svolge piuttosto “a braccio”, fornendo un fiume di aneddoti e ricordi che spontaneamente racconta, conducendo lo svolgersi della sua storia e lo svelarsi della sua persona.
Così scopro che è un veneziano d’adozione, figlio di famiglia operaia di Marghera, che lo ha però sempre sostenuto e spinto a studiare a Venezia per maturare e affinare la propria inclinazione al disegno, sin da piccolo già con un senso estetico estremamente più sensibile dei suoi coetanei, manifestato da un metodo esecutivo prima che creativo di imitazione dei grandi maestri.
Così Battistin ha seguito la sua predisposizione frequentando il Liceo Artistico e poi l’Accademia di Belle Arti dove inizialmente aveva scelto l’indirizzo di scenografia, cambiando improvvisamente la sua preferenza nella sincera consapevolezza che la sua passione era dipingere, optando perciò per l’indirizzo pittura.
Nel fiume del suo racconto accenno le mie domande, cercando di mantenere il legaccio della mia intervista alla conversazione. Mi lancio quindi tra i volteggi del discorso:
· Inizio dai primi passi della tua carriera, come autore en plein air: quanto è stato importante questo approccio figurativo nella tua scelta artistica?
Devo dire che fin da bambino mi piaceva disegnare, copiavo immagini di animali e le coloravo, soprattutto cavalli che per me erano magnifici. Non mi stancavo mai, ripetevo all’infinito quei disegni e li regalavo o li scambiavo a scuola con i compiti di matematica, che odiavo e ancor oggi è materia che non mi piace.
Grazie a mia madre ho frequentato il Liceo Artistico a Venezia; questa città e questa scuola sono state la mia salvezza! Al liceo ho imparato le regole del disegno e ho conosciuto persone che sono state importanti per la mia crescita culturale e sociale.
Sono stato educato a disegnare dal vero, ore ed ore di disegno di modelli, sculture e bassorilievi, a temperare matite, quante matite! Ho sviluppato l’abilità di osservare, la prospettiva, lo sfumato, le gradazioni e le proporzioni.
Dopo il liceo ho iniziato a lavorare nel campo del restauro, ho potuto conoscere Venezia intimamente: chiese e palazzi mi si aprivano come dei veri e propri scrigni colmi di storia e d’arte!
Così la mia passione per l’arte aumentava a dismisura tanto che per continuare a studiarla mi iscrissi all’Accademia di Belle Arti nella sessione di Pittura: mi piacevano soprattutto i corsi di anatomia e di incisione, dove potevo continuare ad applicare quello che avevo imparato al liceo, anche se non ho trovato nei miei insegnanti dell’Accademia dei veri e propri “Maestri”. Tuttavia, grazie all’Accademia ho potuto fare un Erasmus ad Atene, che ha rappresentato per me una importantissima esperienza!
Mi laureai con una tesi su Guglielmo Ciardi e l’Ottocento: così ho potuto approfondire gli studi di disegno dal vero, e seguendo Ciardi ho poi scoperto i Macchiaioli, la scuola Napoletana, Corot e gli artisti contemporanei di quegli anni che frequentavano l’Italia.
Da lì viene la mia passione per la pittura dal vero, proprio come loro inizio a dipingere en plein air: una cassetta di piccole tavolette preparate da me e colori ad olio, giornate intere a dipingere all’aria aperta con qualsiasi temperatura; così ho imparato a vedere e a cogliere i colori della natura mutevole, l’alba e il tramonto, la nebbia che avvolge tutto.
La pittura mi ha sempre interessato, inizialmente facevo anche molti ritratti ma anche se mi piaceva tanto, ritrarre non mi dava la stessa libertà, la possibilità di intervenire nell’opera con un segno, con un colore, di cogliere quello che c’è oltre il soggetto statico. La pittura dal vero, infatti, mi ha dato da sempre la possibilità di rendere l’atmosfera: è quella che cerco nell’atto figurativo, anche se rappresentarla non è un fatto immediato, vado per tentativi e per correzioni, vedendo e rivedendo l’effetto da realizzare sino al compimento, che non è mai immediatamente chiaro definito, è sempre mutevole.
· In una tua video intervista definisci il tuo vero soggetto “la luce”; e un tuo riferimento artistico, oltre gli Impressionisti, l’autore William Turner: quali altri artisti hanno ispirato il tuo lavoro ed, eventualmente, quali i veneziani?
E’ vero, Turner mi è stato di grande ispirazione perché, come per me, il suo lavoro è incentrato sulla luce. Pensa che la scoperta di Turner è stata originale o quantomeno casuale; infatti, nel mio periodo di rappresentazioni dal vero, in una mattina particolarmente nebbiosa, vidi un giovane che stava rimirando un’immagine bellissima e decisi che dovevo assolutamente conoscerlo. Quando mi avvicinai, mi rivelò di non essere l’autore di quell’immagine, che apparteneva invece a William Turner, di non essere quindi l’artista bensì il curatore – ndr Ian Warrell - di una sua esposizione su Venezia e stava cercando di capire dove l’artista si fosse ispirato per le sue rappresentazioni, confrontando da quella posizione l’immagine riprodotta.
Da lì nacque un’amicizia e mi fu possibile, tramite conoscenze, metterlo in contatto con il direttore artistico di quel tempo del Museo Correr, dove poi riuscì a realizzare l’esposizione.
· E gli artisti italiani o della tua stessa città?
Non seguo molto il lavoro dei miei colleghi, certamente conosco tutti gli impressionisti, i macchiaioli sino a Segantini e ho studiato tutti quelli che hanno fatto un lavoro a me simile. Non è disinteresse il mio, ma il lavoro mi porta a non avere il tempo, né la voglia forse, di confronto. Sono molto concentrato, ho molto lavoro, realizzare un dipinto mi impegna circa un mese; conosco gli artisti della galleria, ad esempio mi piace il lavoro di Alessandra – ndr l’artista Alessandra Puppola – lei è brava, il suo è un lavoro molto particolare e dal punto di vista tecnico ho cercato di darle dei suggerimenti, abbiamo un bel rapporto d’amicizia.
Al contrario, leggo tanto, di tutto, dai libri d’arte ai saggi e tanto altro.
Mi interessa molto l’aspetto tecnico della pittura dei miei colleghi, lo studio molto, in questo senso mi piace confrontarmi per sviluppare l’effetto sulla tela, sulla resa dell’opera al di là del soggetto.
· Pensi che avresti trovato in un’altra città la stessa ispirazione?
A un certo momento della mia vita mi fu richiesto di andarmene dal mio vecchio studio in centro storico, in un bellissimo palazzo con molte finestre, luminoso e ideale per me, e non trovavo un’alternativa. Anche perché allora ritenevo più utile per me trovare una casa con lo studio attiguo; ma la mia ricerca era impossibile e così decisi di aprire l’orizzonte e trovai una casa al piano terra al Lido, dove vivo e lavoro, e dove ho la possibilità di ricreare la stessa atmosfera di Venezia. Mi piace molto il Lido, quando arrivo mi sembra di essere in vacanza, e non mi manca la terraferma perché ricrea in isola le stesse condizioni, mi muovo in bicicletta e sono circondato dall’acqua, un elemento per me vitale.
Penso che anche a Parigi, dove realizzerò una mostra il prossimo Aprile, o in America o a Londra che amo moltissimo, cercherei di ricreare la mia Venezia, perché i miei quadri non hanno come soggetto la città, sono paesaggio ma ciò che mi interessa rendere è l’immagine dell’atmosfera, dell’emozione della luce e della visione dell’attimo.
Penso che se dovessi vivere in un’altra città dipingerei allo stesso modo, studierei tutto quello che posso dal punto di vista storico e cercherei di emozionarmi davanti al paesaggio, qualunque sia, come faccio a Venezia. Penso che qui ed ovunque, è l’artista a svelare la realtà che è sotto gli occhi di tutti e la renda, forse per la prima volta, visibile.
Foto nello studio di Davide Battistin
· Buio e luce, notte e giorno, silenzio e rumore: qual è la condizione ideale per il tuo lavoro?
Quando lavori in studio è più difficile ricreare la condizione dell’en plein air, perché lavori sulla memoria dell’immagine che vuoi rendere nel dipinto, per questo il mio lavoro è lungo da realizzare, perché il giorno dopo non sono mai soddisfatto, non mi piace, sovrappongo e rivedo continuamente la resa pittorica, metto e tolgo, sino a quando non sono convinto che sì, così può andare.
Il mio lavoro ha bisogno di molta luce, lo studio ha una bella esposizione, e ascolto musica, di qualunque tipo, sia classica che contemporanea, la musica mi mette nel giusto stato d’animo.
· La scelta frequente del grande formato è una scelta coraggiosa: mi spieghi il motivo?
La scelta è stata casuale, lavorando fuori, dal vero, devi portare con te tante cose, i colori, i pennelli, le tele; dunque il formato è più ridotto.
Quando mi sono trasferito ho comprato delle tele da un fornitore diverso, e non mi sono trovato bene, erano più leggere e lisce per favorire l’avvolgimento, ma montate sul telaio si imbarcavano, non riuscivo a dipingere.
Così, provando e riprovando ho affinato la tecnica, sono passato dal pennello alla spatola ed ora non riuscirei più ad abbandonarla, a passare esclusivamente all’utilizzo del pennello.
Il lavoro sul grande formato è stato favorito, mi rende più libero e vedo che piace, il formato dei quadri non è un problema, anzi, la risposta del pubblico talvolta supera le aspettative.
· Quando decidi che un tuo quadro è “finito”?
Non sono mai contento, come dicevo prima provo e riprovo, sono un perfezionista e ciò che voglio realizzare non è mai esattamente ciò che vorrei ottenere. Questo un po’ mi limita, a volte vado oltre e ritorno sui miei passi, preferisco il risultato precedente, magari del giorno prima. Attualmente và meglio, con l’esperienza riesco a capire meglio quando posso fermarmi, anche se non sono mai totalmente soddisfatto.
· Una domanda connessa alla precedente, appunto, è se ti è mai capitato di affezionarti ad un tuo dipinto tanto da decidere di non privartene?
No, mai, perché penso che la mia opera migliore, più bella, è quella che farò domani, quella che ancora devo compiere.
C’è un’opera che è piaciuta molto al mio pubblico, ispirata a Le Bateau Ivre, Il Battello Ebbro, un'opera di Rimbaud che ho letto; attualmente l’ho intitolata Caronte, poiché rappresenta una barca solitaria in mezzo alla laguna, suggerendo l’ultimo passaggio verso l’aldilà.
Originariamente è ispirata ad un vaporetto: un giorno mentre stavo camminando a Venezia lungo le Zattere con mia figlia l’ho visto arrivare in mezzo alla nebbia con la sua punta ed il grande faro a prua; quando l’ho dipinto ho scelto di semplificarlo, di fare una barca essenziale più simile a un bragozzo.
Anche questo è un esempio di ciò che intendo quando dico che vado oltre il soggetto, mi interessa e mi emoziona quello che la luce riflette, l’intensità e l’atmosfera che riesce a creare.

· Sempre in una videointervista ti sei definito un pittore piuttosto che un artista, ci spieghi cosa intendi dire? Il tuo è un disinteresse ad entrare nel “sistema” artistico e di mercato contemporaneo?
Amo dipingere, amo l’atto in sé. Gli studi dei pittori, degli artigiani, le loro vite e le loro frequentazioni sono sempre state per me fonte d’ispirazione, esempi da imitare. Mi sono diplomato all’Accademia come Maestro d’Arte, non come artista. Preferisco definirmi pittore, quando guardo un dipinto considero innanzitutto la tecnica, amo l’atto, il fare.
Dipingo in studio grandi quadri ad olio, mi piacciono le grandi dimensioni perché mi piace entrare nel dipinto, nel colore.
I miei artisti di riferimento sono tutti quelli che ho studiato e fanno parte di un periodo storico che comprende tutto l’ottocento e gli inizi del novecento. Spesso mi paragonano a Turner, che amo moltissimo e che, in effetti, ho scoperto tardi: la sua pittura è incredibilmente inimitabile e di difficile comprensione. Mi sento più vicino a Sargent che considero un vero Maestro, lo si può studiare e imparare molto più facilmente. Sargent, come Turner, dipinsero molto a Venezia e ne hanno svelato tanti segreti.
Sono scostato dal mondo dell’Arte perché il mio lavoro mi impegna molto, richiede tempo e non mi interessa entrare in un sistema, sono una persona riservata, non amo promuovermi e, come dicevo prima, sono fortunato ad avere conosciuto Luca, il mio gallerista: ci siamo incontrati per caso, portando le nostre bambine a scuola, e così siamo diventati amici; vedendo il mio lavoro lui si è entusiasmato ed ha voluto lavorare con me, è lui che mi ha promosso e accompagnato dove sono ora.
· Sei stato anche un insegnante, com’è stata quell’esperienza e cosa pensi dei giovani artisti, consiglieresti ad un giovane di intraprendere questa carriera?
L’insegnamento è stato una parentesi ma il sistema in Italia non mi piace, troppo complicato; dopo il concorso e l’entrata in graduatoria ho avuto il ruolo di insegnante di sostegno. Nulla in contrario a chi ha delle problematiche di apprendimento, anzi, mi è piaciuto molto poter aiutare persone con difficoltà, ma è il metodo che non mi ha appassionato, il dover presenziare a troppe riunioni burocratiche e improduttive.
Altro è il discorso per chi vuole fare l’artista, certo che glielo consiglierei!
Ma gli suggerirei di lavorare tanto, di impegnarsi e non demordere nel metterci impegno perché i risultati hanno bisogno di dedizione e determinazione, bisogna applicarsi instancabilmente, affinare la tecnica, non accontentarsi mai pensando di essere arrivati.
· Come ti piacerebbe essere ricordato?
Bella domanda, non lo so, come un paesaggista… sicuramente essere ricordato e riconosciuto per il mio lavoro, per come l’ho realizzato, sapere che si possa dire ” quello è un quadro di Battistin”!
Prima parlavamo della ripetitività che può essere attribuita alle mie vedute: può essere, ma lo saranno fino a che non avrò esaurito la tematica, finché non sarò arrivato al punto di eccellenza che voglio raggiungere, ecco perché le mie tele possono sembrare sempre le stesse, delle repliche; invece penso che la mia ricerca continui sino a che non troverò soddisfazione, fino a che l’immagine non avrà la perfezione a cui aspiro.
· Quali sono i tuoi progetti futuri?
Intanto sono impegnato per la prossima mostra a Parigi, la settimana scorsa sono andato a vedere lo spazio e devo impegnarmi molto per questa occasione; ti posso anticipare che sto pensando di dare maggiore apertura al mio lavoro, coerentemente alle atmosfere che lo caratterizzano, vorrei estendere i paesaggi in laguna, un’ambizione che ho maturato proprio per le opinioni sulla mia tematica e che intendo interpretare in senso costruttivo, per sfida personale e per dimostrare la mia abilità di infondere sempre profonde emozioni.
Foto1, Saint Mark's Rest, 2024, olio su tela, 97 x cm
Foto2, Bacino di San Marco, 2023, olio su tela, 72x115 cm
Quello che emerge dalle opere e dalla personalità di Davide Battistin è proprio l’emozione, quel sentimento inspiegabile, profondo ed intimo che il suo lavoro mi ha suscitato sin dalla prima volta. L’ho dovuto cercare e convincere, forse proprio per la sua riluttanza ed il riserbo a raccontarsi. E’ proprio per questo che è stato sorprendente scoprire che dietro al lavoro di questo artista così romantico e poetico prevale l’atto, il gesto, la tecnica, il fare sapiente che porta alla luce lo spirito, l’anima di una città che è “emozione” prima ancora di essere storia e bellezza infinita; una città unica che rende unico chi la sceglie, per visitarla, per viverla, per lavorarci o per ritrarla.
20 gennaio 2026, Anna Rubbini



















Commenti