Spazio Architettura

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Il nuovo disegno della Piazza Monsignore De Cassan

a Comelico Superiore, Belluno. 

Le sue chiese ed il paesaggio.
di Vincenzo Casali

Eva Maria Horno Rosa e Daniela Zambelli 

               Studio Architettura HZ

Questo progetto di architettura fornisce una risposta ad un desiderio latente nella comunità del paese di Comelico Superiore, in provincia di Belluno. Sono infatti tanto la Parrocchia quanto l’Amministrazione comunale a voler recuperare uno “spazio di aggregazione” oggi perduto in cambio della praticità di un parcheggio per pochi posti auto. Il recupero di un luogo che è stato più importante per chi vi abita e che tiene insieme le due chiese di Santa Maria Assunta e di Sant’Antonio Abbate.

Nell’immagine dell’agosto 1920, si vede la gente del paese che si affolla di fronte alla chiesa in occasione della cresima. La cerimonia religiosa coincide con la festa popolare che si anima della più larga partecipazione. Possiamo immaginare che tutti gli abitanti del paese siano presenti, di fronte alla chiesa e intorno alla fontana. Sono così tanti da lasciarci appena intravvedere che non c’è pavimentazione, in quello spazio pubblico.  La fontana è ricca di acqua e lo spazio intorno non è occupato da altre costruzioni tranne l’unica casa che compare nell’immagine e che resta però più in basso, lasciando intuire la presenza di più livelli e che presenta – ne vediamo solo uno – diversi affacci verso il paesaggio, una componente centrale della natura di quel luogo.

Le due bravissime architette Eva Maria Horno Rosa, spagnola di Madrid ma con base a Venezia e Daniela Zambelli, di Brunico e che vive nel Cadore, hanno saputo riconoscere e ricucire le parti di quello spazio che si erano sconnesse e le hanno riproposte secondo una composizione che tiene insieme tutto, lo spirito del luogo – il genius loci – la fontana che era stata smontata e quasi dimenticata, ed altri nuovi elementi di un’architettura a scala umana, come la gradonata che serve a raccordare alcuni livelli e ad offrirsi come luogo di naturale contemplazione dell’architettura della chiesa di Sant’Antonio, delle case storiche del paese e del paesaggio che quello scorcio riesce da sempre ad incorniciare.

Possiamo dire che questo è un progetto difficile. La qualità del risultato è affidata a pochissime cose apparentemente fatte di niente. Le due progettiste dovevano riuscire a ricatturare il vuoto e restituirgli un senso. Poco spazio per definire un sagrato, pochi metri per poterlo connettere con le diverse quote immediatamente vicine. Pochi materiali e un francescano uso delle voci dell’architettura perché questo intervento non si trasformi in un carnevale.

E’ questa l’architettura civile che ci si aspetta nel nostro Paese. Sono questi gli interventi che richiedono uno sforzo che solo chi fa questo mestiere riesce a riconoscere del tutto. Alla fine, quando i progetti riescono, sembra che tutto sia avvenuto in modo naturale, semplicemente ricucendo quanto era immediatamente visibile. Ma non è così e ogni giorno ognuno di noi può osservare mentre cammina nello “spazio pubblico” la tragedia di marciapiedi, asfalti e buche, recinzioni, segnaletica stradale, pali della luce, parcheggi e cassonetti che sono sparsi uno sull’altro con logiche che semplicemente si sovrappongono, disinteressate le une alle altre.

Di molto bello, lo si legge nella planimetria del progetto  – immagine 04-  c’è che le architette hanno considerato la vista del paesaggio un elemento della loro architettura. Sono rappresentati i punti dove poter godere di una “vista a corto raggio” “a lungo raggio verso un punto di attrazione” “a lungo raggio a 360°”.

Il lavoro è perfettamente riuscito: il paesaggio circostante e l’immediato paesaggio urbano delle belle architetture del paese sono di nuovo parte di un insieme. Anche le automobili sono state ricomprese, ma hanno un loro spazio ed è stato dimostrato che era del tutto possibile mantenere il parcheggio ed un’area solo pedonale al riparo da qualsiasi sovrapposizione e, quindi, sicura.

La fontana non è stata riproposta passivamente dov’era e com’era. Se ne era persa la memoria di ove precisamente fosse e la natura del luogo è cambiata con gli anni, dall’andare tutti a piedi ad oggi tutti in automobile. Ma il ricordo della sua presenza in fronte alla chiesa era ancora forte ed è stata una scelta felice il volerla ripresentare restaurata ma in una nuova posizione di poco differente dalla precedente, che potesse rispondere, oggi come allora, alla rinnovata natura del luogo. E’ posta a cerniera tra le diverse quote e annuncia la presenza della chiesa di Sant’Antonio che si trova più in basso.

Ma c’è di più: durante la campagna di scavo al di sotto dell’attuale sagrato sono state ritrovate le fondazioni della chiesa risalente al XI–XII secolo e a quella successiva del XIV-XV. Il progetto ha ricalibrato, in corsa, le quote e i materiali per rendere possibile, come ci dicono le architette: “un unico ed originale percorso attraverso le Chiese del presente e del passato”. E’ il cambio di pavimentazione che segna la presenza della facciata della chiesa cinquecentesca, orientata verso est. Le fotografie degli scavi ed il testo delle informazioni sono nella chiesa di Sant’Antonio a completamento del quadro scientifico e didattico.

Eva Horno e Daniela Zambelli hanno fondato nel 2006 lo studio HZ ECOARCHITETTI specializzato nel settore della bioedilizia, del risparmio energetico e della valorizzazione del patrimonio storico e monumentale.

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