IL PADIGLIONE DELLA REPUBBLICA DI NAURU: UNA NUOVA PICCOLA PRESENZA ALLA 61^ EDIZIONE DELLA BIENNALE D’ARTE DI VENEZIA.
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di Anna Rubbini
Geograficamente distanti, due isole che si incontrano per la prima volta ad un evento Internazionale: la Biennale d’Arte di Venezia accoglie, nella sua 61^ edizione, il padiglione dell’Isola di Nauru, la più piccola Repubblica insulare che si trova nell’Oceano Pacifico, a migliaia di chilometri dall’Italia.
Questo primo padiglione, intitolato “AIM Inundated, Imagining Life After Land” è Curato da Khaled Ramadan, allestito presso lo Spazio Castello 3683, per portare a conoscenza delle di gravi tematiche che caratterizzano questa nazione, quali la crisi climatica, l’estrattivismo l’estrazione dei fosfati di cui era ricco il suo territorio, la difficile e complessa capacità di ripresa, l’ adattabilità sostenuta dalla sua popolazione, che vengono portate alla luce attraverso la selezione di dieci artisti internazionali: Kauw Tsitsi (Nauru): poeta e musicista, CPS (Khaled Ramadan & Alfredo Cramerotti), Patricia Jacomella Bonola, Tedo Rekhviashvili, Sylvia Grace Borda, Ron Laboray, Dorian Batycka, Khaled Hafez, Iv Toshai, e uno dei maggiori fautori di queste tematiche in Italia, l’artista e curatore trentino Stefano Cagol.

Il progetto espositivo affronta la condizione di Nauru, più piccola repubblica insulare al mondo, segnata appunto, da un'intensa storia di sfruttamento minerario del fosfato e ora anche minacciata dall'innalzamento dei mari.
Come Venezia, una città unica
Stefano Cagol, We are all Nauru, Greenland, 2024-2025
e fragile, in cui il turismo è diventato oggi più che mai il primo estrattore: analogo al fosfato per evoluzione, differente solo per costituzione. A Nauru è stato sfruttato per anni il suo terreno, a Venezia orde di persone solcano la “Città” allontanando i suoi abitanti, impoverendo il territorio della sua gente e delle sue origini.
Venezia e Nauru, due realtà insulari molto diverse, con bellezze diverse, architettoniche l’una, naturali l’altra, ma con i medesimi disagi e infermità dovute allo sfruttamento del suolo.
Ecco l’equidistanza suprema: Nauru, dal 1968 la repubblica indipendente più piccola del mondo, dopo anni e anni di depauperamento intenso e sconsiderato, è stata resa da isola lussureggiante a miniera a cielo aperto, in cui flora e fauna ne hanno risentito in maniera ineluttabile, dove il suo primordiale clima tropicale è mutato a causa della distruzione della vegetazione per far posto alle cave, incorrendo frequentemente in periodi di siccità: un’isola, insomma, che pensava di essere ricca perché estraeva un bene naturale … ma non infinito.
Venezia, capoluogo ricco e maestoso che vive della propria bellezza, ma che analogamente perde la sua natura, la sua autenticità, “estraendo” i suoi abitanti originari, perdendo il suo essere “Città” per rimanere unicamente “Museo”.
Questo è un messaggio che accomuna e fa riflettere, le due isole vivono in condizioni instabili a causa della preoccupazioni sul futuro ambientale ed economiche, e gravano sulle concrete possibilità di redenzione dei loro territori: in questa stessa direzione anche l’arte deve suggerire verità e riflessione, anch’essa divenire non solo estetica ma mezzo di suggestione per lo spirito critico, la coscienza sociale e l’evoluzione civica culturale e umana del suo pubblico.
Soprattutto in questo periodo di Biennale Arte, in cui i fruitori di Venezia sono numerosi e maggiormente sensibili ai messaggi culturali di diversa natura e di ogni provenienza, la testimonianza data dal Padiglione Nauru è significativa di tematiche peculiari dei nostri tempi, che senza una i coraggiosa e diffusa presa di coscienza, probabilmente non potrà mai fare la differenza.
2 maggio 2026, Anna Rubbini

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