UNA BATTAGLIA DOPO L'ALTRA- RECENSIONE
- Samuele De Marchi

- 26 set 2025
- Tempo di lettura: 5 min

di Samuele De Marchi
Una battaglia dopo l’altra è l’ultimo film diretto da Paul Thomas Anderson, regista reduce già da successi come Licorice Pizza del 2021. Il film, pseudo-adattamento cinematografico di Vineland, romanzo di Thomas Pynchon, prometteva bene - oltre che dal regista - già dal cast, roster che comprende “attoroni” come Leonardo Di Caprio, Sean Penn e Teyana Taylor, tutti protagonisti di questa opera eccitante, divertente, drammatica e profonda.

Di Caprio e Taylor, nei ruoli di Ghetto Pat e Perfidia Beverly Hills, sono due guerriglierial comando del French 75, un gruppo terroristico di estrema sinistra impegnato per la libertà contro un governo americano destroide, capitalista e crudele. Il gruppo decide di liberare un centro di detenzione per immigrati clandestini, ed è qui che Perfidia incontra il colonnello Lockjaw - Sean Penn - , classico militare tutto-d’un-pezzo che si lascia però umiliare dalla protagonista davanti a tutti per il suo fetish verso le ragazze nere - dettaglio importante -. Perversione che le permette anche di farla franca dopo che il colonnello la sorprende a piazzare un ordigno in un bagno, accettando però di diventare l’amante segreta di quest’ultimo. Nel frattempo, Perfidia e Pat danno alla luce una bambina, abbandonata però dalla madre troppo impegnata e devota alla causa rivoluzionaria. Perfidia viene arrestata a seguito di una rapina andata male. Il nuovo incontro con Lockjaw in questa istanza vede la protagonista entrare nel programma di protezione testimoni a patto di denunciare tutti i suoi compagni, per poi rifugiarsi in Messico.
Con l’esercito alle calcagna il French 75 si disperde, compreso Pat e la neonata figlia che si trasferiscono a Baktan Cross sotto falsa identità come Bob e Willa Ferguson. Passano sedici anni di apparente calma, Willa cresce da studentessa modello mentre bob cerca di istruirla su storia e politica con atteggiamento complottista. Nel frattempo il colonnello Lockjaw decide di dare la caccia ai due latitanti forte del dubbio che la ragazza possa essere i frutto della sua relazione con Perfidia; il rapporto con lei, se scoperto, potrebbe non permettergli di entrare nel tanto ambito - da lui - Club Pionieri del Natale, un’ élite di uomini bianchi di estrema destra in cerca di preservare il suprematismo della razza bianca. È l’inizio di una caccia all’uomo sfrenata: sia Bob che Lockjaw cercano Willa, portata in salvo da un ex membro del French 75 in un convento, mentre lo stesso colonnello diventa la preda di un membro del Club, ormai certo del rapporto interrazziale. Willa viene lasciata da Lockjaw - dopo essersi accertato della paternità - a un cacciatore di taglie che però libera la ragazza; dopo un lungo inseguimento il colonnello viene trovato ed eliminato dal Club, assassino a sua volta freddato da Willa, finalmente raggiunta poi dal padre.

Il film inizia subito con un ritmo altissimo, da far mancare l’aria, tenendoti incollato fin dai primi dieci minuti con azione, dialoghi e caratteri dei personaggi non troppo palesi ma già ben delineati. Si fa già capire anche la fotografia, a metà tra la solita cinematografia, inquadrature giornalistiche d’assalto e reportage artistici di luoghi e situazioni pericolose alla Salgado.
Le prime fasi non sono di certo il picco massimo, dato che per tutti i 162 minuti le azioni si susseguono, si sovrappongono, si sostituiscono senza sosta. Tra il marasma di avvenimenti si fanno strada temi politici sempre presenti ma velati, che arrivano più vicini alla nostra pelle sotto forma di dettagli a volte anche pesanti, come la polizia che si scatta foto allegre con Perfidia appena arrestata o sempre le forze dell’ordine che intrufolano tra la folla agenti travestiti da manifestanti per avere il “permesso” di usare la violenza. Ma al di la di cosa accade, a fare la differenza è chi le fa accadere: tutti i personaggi principali, dal primo all’ultimo, sono scritti in modo da essere la più grande caricatura possibile di sé stessi e soprattutto di ciò che rappresentano. Bob è il “vecchio pazzo fattone” che grida viva la revoluciòn e discute con la professoressa di storia di Willa, che vive al di fuori della società per non farsi intercettare dal 5G, che impazzisce quando gli amici vengono a prendere la figlia - senza cellulare, troppo tracciabile dai poteri forti - con un auto troppo vistosa. Il colonnello Lockjaw è lo stereotipo del militare duro ma con qualcosa da nascondere, con l’acconciatura aggressiva, il sigaro in bocca e la camminata spavalda ma storpiata probabilmente a causa di qualche proiettile. Anche i membri del Club Pionieri del Natale sono ridicoli: vecchi fan della pulizia etnica in camicia e maglione di cachemire, che parlano di differenze biologiche tra bianchi e neri con la leggerezza con cui si dibatte su cosa sia meglio tra lo spritz Aperol o Campari. Le scene, nonostante siano cariche di tensione, dramma e a tratti anche violenza appaiono “più leggere”, perché si capisce che i personaggi sono davvero metafore sociali in carne ed ossa. Non è facile neanche sviluppare sentimento verso di loro per questa finzione che si portano dietro: non ci sono chiari “buoni e cattivi” tra i rivoluzionari dinamitardi e i militari spietati. Anzi, tutto il sistema di parole in codice del French 75, alla lunga, sembrano le password segretissime dei bambini delle elementari, che distinguevano chi poteva giocare alle Tartarughe Ninja durante la ricreazione e chi invece si doveva accontentare di disegnare con le matite colorate. A condire tutta questa sceneggiata c'è anche la colonna sonora, tra l’altro praticamente incessante per tutto il film; musiche raramente caratterizzanti e “parte” di una scena ma più di sottofondo, di carattere quasi sempre pseudo comico che dunque non fa percepire le scene come qualcosa di epico, ma di buffo: gli inseguimenti contro il tempo che dominano la seconda metà di film sembrano più quelli di Tom e Jerry che di Fast and Furious.
Alla fine, Paul Thomas Anderson è questo che ci dice: che lo stato politico attuale, i suoi rappresentanti e gli ideali di base sono tutto una pericolosa barzelletta. L’equazione semplice di caricatura + politica da come risultato la satira, dove personaggi ai limiti del ridicolo tengono stretti valori fuori luogo che forse non appartengono quasi più a nessuno. Basta pensare allo spirito guerrigliero di Bob e del French 75, atti violenti simili agli attentati politici del trentennio 60-70-80 ma che stonano, grattano e graffiano un vinile che, guarda caso, gira su sé stesso proprio come il nostro pianeta. Il film è critica che non dà soluzione ma invita a ragionare, seguendo il principio del “fa ridere ma anche riflettere” e che dietro a ogni scherzo c'è un briciolo di verità. Trovo che sia questo uno dei valori più alti del film: che dia senza giudizi una descrizione sicuramente esasperata ma comunque molto affidabile degli schieramenti politici e sociali del mondo con una storia sia ricca di azione che di divertimento. Per questo suo carattere il film è tranquillamente fruibile da chiunque, non serve essere politicamente di qua o di là né esperti di storia geopolitica per comprendere. I tratti dei personaggi, le azioni e gli ideali sono ben chiari a tutti anche inconsciamente, tra contraddizioni ridicole e specchietti per le allodole. Il film è assolutamente da recuperare assolutamente non per capire ma per ridere amaramente, per mettere e mettersi in discussione.
27 settembre 2025, Samuele De Marchi





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