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NO OTHER CHOICE - RECENSIONE

  • Immagine del redattore: Samuele De Marchi
    Samuele De Marchi
  • 13 gen
  • Tempo di lettura: 5 min







di Samuele De Marchi


No Other Choice è l’ultimo film di Park Chan-wook, regista sudcoreano pluripremiato noto a tutto il mondo del cinema per pellicole come Oldboy, secondo capitolo della trilogia della vendetta. Ma se andando nelle sale vi aspettate un esperienza “tarantiniana” - proprio Quentin Tarantino definirà Oldboy come “il film che avrei voluto fare io” - quella dei suoi scorsi film, vi sbagliate di grosso. No Other Choice racconta, con una commedia divertente anche se non dovrebbe esserlo, la spirale di eventi esterni ed interni di una persona che perde il lavoro; l’ingiustizia, lo smarrimento e la soluzione di chi non ha altra scelta.

Man-su, interpretato da Lee Byung-hun noto recentemente come il frontman nella serie Squid Game, è un dipendente dell’azienda cartaria Solar Paper. Più di vent’anni di esperienza nel suo stabilissimo campo, una splendida moglie casalinga, un figlio adolescente e una figlia neurodivergente promessa del violoncello, due cani, l’hobby della botanica nell’immenso giardino della sua altrettanto immensa casa d’infanzia, ricomprata con il suo lavoro. Tutto normale insomma, tutto ciò di cui parlano gli Zero Assoluto in Per dimenticare. La sua intera stabilità crolla però quando una multinazionale americana acquista l’azienda, ristrutturandola da cima a fondo implementando macchine e automatismi, processo che vede inevitabilmente una menomazione importante del personale.

Da questo momento Man-su si ritrova senza nulla, nonostante abbia praticamente ancora tutto - ma su questo ci torniamo dopo. Inizia a prendere parte ad apparenti ridicole riunioni per disoccupati, mentre la moglie decide di prendere grosse decisioni dopo il taglio dei fondi familiari: trovare un lavoro part-time per sé stessa, niente più casa con giardino, niente più cani e niente più abbonamento a Netflix. 

Da questo momento in poi il nostro protagonista metterà in piedi una silenziosa redenzione-vendetta nei confronti del sistema, non per “fargliela pagare” ma per ritornare sereno alla sua vita passata. Dopo innumerevoli colloqui umilianti capisce che la sua concorrenza è qualificata almeno quanto lui; decide così fingersi il presidente di un’altra azienda cartaria che cerca personale, ricevendo le candidature di altri disoccupati pronti a prendere il suo posto altrove. E se non hai possibilità di batterli devi eliminarli del tutto. Il primo dei tre bersagli a cui Man-su penserà sarà Beom-mo, ucciso in realtà accidentalmente dalla moglie durante la colluttazione. Il secondo sarà invece Si-jo, freddato dal protagonista in autostrada. Sarà proprio il cadavere di quest’ultimo, sepolto in giardino sotto a un albero appena piantato, a destare i primi sospetti sull’uomo; durante tutte le vicende di Man-su non mancherà infatti la moglie, prima stranita dalla nuova e insolita routine del marito dopo il licenziamento ma che diventerà senza troppi problemi complice vera e propria soprattutto quando interverrà anche la polizia, che rintraccerà Man-su non come sospettato degli omicidi ma come possibile prossimo bersaglio di questo killer dell’industria cartaria. L’ultima eliminazione sarà ai danni di Seon-chul, proprio colui che l’ha licenziato: dopo avergli fatto visita nella sua casa sperduta su un isola e aver passato la serata sotto copertura a bere e fumare sigari con la propria vittima, il protagonista simulerà la morte dell’uomo per via di un incidente dovuto a un bicchiere di troppo.

“Sbaragliata” la concorrenza, Man-su riuscirà a riottenere tutto ciò che aveva perso compreso il lavoro, questa volta però da solo in una fabbrica completamente automatizzata, dove l’uomo è talmente poco necessario da non essere disposta inizialmente nemmeno di illuminazione

Nonostante il film abbia chiaramente un accento violento non appare mai come troppo cruento o addirittura pulp - come invece si vede spesso nella cinematografia sudcoreana. Nonostante tutto rimane una commedia amarissima, una pacca sulla spalla troppo forte per non avere un sottotono passivo-aggressivo, un commento sarcastico troppo mirato per essere solo uno scherzo. Di “autoctono” del cinema sudcoreano ci sono anche scenografia e fotografia; per la prima ambienti curati e soprattutto interni di grande design, ogni angolo sembra costruito da cima a fondo da un grande architetto ricordando quasi gli ambienti di Parasite, altro capolavoro del cinema coreano. Per la fotografia invece sono parecchi gli espedienti che  risultano interessanti e riuscitissimi: piani sequenza che generano suspence, l’utilizzo di visuali aeree, “poche ma buone” grazie all’uso di droni e sovrapposizioni e transizioni tra scene che si intrecciano grazie a oggetti e azioni dei personaggi, restituendo una resa armonica, quasi sognante. 

La violenza - quasi non può essere neanche chiamata tale - come già introdotto, non è assolutamente il punto del film: non si tratta di altro se non l’ennesimo modo per prevalere sugli altri in un settore e in un mondo sempre più competitivo, e il film ci fa capire questa “necessità” talmente bene da farcela sembrare normale, fisiologica. È una violenza mai fine a sé stessa e mai dichiarata, azione estrema ma senza minaccia o cattiveria. 

Ad aiutare tutta la resa del film è anche l’interpretazione di Lee Byung-hun: bravo ad essere un brav’uomo e bravissimo ad essere poco bravo, ma comunque mai e poi mai cattivo. In tutte le sue azioni e premeditazioni non appare come pazzo, spietato, in preda a psicosi violenta: è sempre invece quasi “impacciato”, un imbranato le cui modalità non sono tanto diverse tra gli omicidi o i vari colloqui in cui appare teso e agitato. In modo sottilissimo si capisce che ciò che fa e come lo fa è come il mondo del lavoro ci ha programmato: essere spietati ed egoisti sempre con il sorriso, tutti nemici ma non rivali, un po’ il contrario di come succede sui campi sportivi. 

E non è una condizione solamente delle vittime del mondo del lavoro, ma anche di chi gli orbita attorno: quando la moglie decide di eliminare tutto il superfluo dalla quotidianità della sua famiglia non lo fa con “cattiveria” o rabbia verso il marito o la situazione, bensì con una lucidità e freddezza che ci fa rabbrividire al pensiero che una vita senza lavoro sia considerabile come inutile, da buttare. Aggrava e giustifica poi il marito nei suoi omicidi, oltrepassando con naturalezza spaventosa il confine che separa le brave persone da chi opera in modo non proprio corretto, in un certo qual modo facendoci dubitare di chiunque nelle nostre stesse vite. 

No Other Choice è una critica pesante alla società capitalista, al peso che ha tolto all’essere umano in termini di importanza e a quello che invece ha dato in fatto di aspettative e precarietà: sostituibile con nulla sia da altri uomini che dalla tecnologia senza tenere conto dell’esperienza, dell’etica lavorativa, del passato, presente e futuro di un individuo. Il film ci sbatte in faccia come senza un lavoro o una carriera una persona non sia nulla. Nessuno né nella pellicola né nelle nostre vite colpevolizza o dice apertamente tutto ciò, ma tutti lo sanno e si comportano di conseguenza; ci sembra di essere stakanovisti fenomenali quando invece il pavimento crolla dietro di noi ad ogni passo, facendoci a volte dimenticare delle virtù e dei traguardi raggiunti. Il lavoro - e non la produzione “industriale” in sé - è l’unico valore che un essere umano può dare, ma quando questo manca tutto crolla come un castello di carte.


14 gennaio 2026, Samuele de Marchi

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