“Microcosmi” presso lo Studio la Linea Verticale a Bologna, è una collettiva che vede l’esposizione di sedici artisti contemporanei internazionali, a cui è stato dato il compito, proprio dall’ospitante, di realizzare opere di piccole dimensioni.
L’intero concetto della mostra parte dai più profondi concetti filosofici - poi diventati scientifici - dell’umanità riguardo alla scala delle cose e di ciò che contengono e rappresentano. Nel mondo classico erano già stati Platone e Aristotele a teorizzare come il telaio dell’universo intero fosse replicato in proporzione anche nell’essere umano, che ci fosse una continuità tra il tutto e la parte che lo abita. Già queste prime supposizioni, figlie di una sensibilità umana innata e cosmica, antecedono basi della conoscenza come nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma o, ancora più terra terra, che siamo tutti - e tutto - fatti delle stesse sostanza che hanno causato il Big Bang.
Queste teorie non rimangono un trip strambo, ma vengono riprese e corrette nel corso dei secoli; la tradizione ermetica sintetizza il tutto con “come in alto, così in basso” riconfermando una somiglianza tra il grande e il piccolo, poi il Rinascimento e Giordano Bruno rafforzano il concetto sostenendo che ogni minima particella contenuta nell’universo vibri tanto quanto l’universo stesso, forse non con un rapporto causa-effetto, ma sicuramente con un legame quasi di parentela astrale.
Passando all’epoca moderna, si fa strada il concetto e la definizione letteralmente di “microcosmo”, ogni forma definita contiene dunque un’interiorità unica, e per la prima volta si esce dalla pura filosofia diventando a tutti gli effetti scienza, quando il fisico David Bohm ipotizza e rafforza l’idea che ogni frammento della realtà custodisca un’ordine più ampio, che la frazione sia il sintomo del totale. William Blake, poeta e pittore britannico invece, nel “vedere il mondo in un granello di sabbia” scorge una possibilità di realizzazione artistica e di consapevolezza epifanica del sé.
“Microcosmo” ha cercato proprio di portare in vita tramite le opere d’arte questo concetto radicato nel pensiero dell’uomo da sempre, di farlo notare più che all’artista che lavora, allo spettatore che osserva: la dimensione ridotta è naturalmente un invito all’avvicinamento, un modo di vivere l’arte piuttosto inedito che ne conferma la densità di significato e “concentra” appunto, sia soggetto che spettatore.
C'è da fare un doveroso plauso allo Studio la Linea Verticale per la realizzazione di questa mostra: la verticalità, la linea che si segue quando ci si avvicina a queste piccole opere è ciò che cercano di mantenere e imporre nell’arte contemporanea, una rotta chiara diretta verso la profondità o la distanza, una sorta di scelta bianca o nera contro la passività orizzontale.
Le due sale dello studio, bianche candide, non appaiono vuote nonostante le opere non siano propriamente riempitive. Sono stato introdotto alla mostra e al lavoro dell’intero studio da Giovanni, uno dei fondatori: le sue parole sono state utilissime per comprendere al meglio ciò che stessi vedendo. La prima cosa che colpisce di “Microcosmo” è proprio la modalità di fruizione: mi sono reso conto di aver chiesto “posso?” più volte a Giovanni, perché sembrava davvero innaturale avvicinarsi così tanto a un’opera d’arte. Solitamente, l’esperienza da visitatore è piuttosto il contrario, dove ci viene raccomandato di mantenere una distanza di rispetto per questioni di sicurezza e a volte per apprezzare meglio le opere. La distanza ridotta è contro-intuitiva, destabilizzante all’inizio, ci appare quasi troppo intima. L’intimità e la vicinanza ci fa pensare di poterci permettere una distanza centimetrica, quasi - con il dovuto rispetto - di poter stare così vicino perché l’opera ci appartiene, in una familiarità però priva di agio.
Altro aspetto di cui ero piuttosto curioso e di cui la spiegazione è stata esaustiva era l’aspetto tecnico: come e perché gli artisti hanno scelto di lavorare in scale così piccole? Il “limite” imposto dallo studio era di poche decine di centimetri, più che altro “simbolico”: alcuni artisti erano abituati a questo metodo e la propria arte vive proprio in queste dimensioni, mentre altri si sono dovuti ingegnare, scoprire i limiti di sé stessi e del loro modo di lavorare. Al di là del “background” tecnico/poetico tutte le opere rendono bene il proprio concetto, nessuna sembra costretta e sintetizzata in bassa risoluzione per apparire piccola, tutte organiche e sensate sia tra di loro che con il senso della mostra.
Tra le più d’impatto Seelengrund di Valentina Palmi - altra fondatrice dello studio -, un cono di ceramica “scarabocchiato” di rosso al suo interno, che ci porta ad avvicinarci e guardare dentro quello che sembra una viscera, gli strascichi di un’autopsia in cui si è ricercato lo spirito in un corpo umano. Al suo fianco Culla di Claudio Valerio, pittura di 4,5 per 6 centimetri, in cui un paesaggio naturale è circondato da un vuoto nerissimo grazie al carbone che rende il tutto surrealistico, tra il sogno e l’incubo. Pura Virgo di Michelangelo Galliani è invece una scultura in piombo di un viso femminile su foglia dorata, dando un’immagine iconoclastica quasi religiosa, con i “capelli” del soggetto fatti dalla colata grezza e casuale del metallo.
Spostandosi nell’altra sala invece a colpire particolarmente è Essere universo di Sofia Degli Esposti, un piccolo sassolino sezionato a mostrare il suo interno ricoperto da una foglia d’oro, molto simbolico del microcosmo presente dentro ogni cosa. Le due opere di Monica Mazzone, Alla luce e Faccia a faccia, riducono a una proiezione geometrica, colorata e assolutamente matematica, le sue giornate e il suo corpo: tramite una serie di numeri ed equazioni riguardanti le sue azioni e il suo aspetto - ad esempio quanti passi fa in una giornata - l’artista rappresenta ciò che fa e che è con il calcolo, babilonico linguaggio universale della fisica e di come cerchiamo di comprendere il creato. Tra gli artisti internazionali risalta invece Mohammed El Hajoui con Abisso, una serie di fogli di carta intagliati a bisturi che danno l’idea di profondità e rappresentano, nelle decorazioni riprodotte, la vera natura di Dio. Per ultimo, ma non per importanza, Seme_una figura continua a cercarmi, di Ludovico Bomben, l’opera più piccola di tutta la mostra, ben un millimetro per un millimetro, osservabile tramite lente. Il seme in oro 24 carati è quello della senape, il più piccolo in natura: i 99 più uno esemplari dell’opera sono pensati per rappresentare l’unicità di ciascuno e per ritornare nella loro scatola originale in futuro, a realizzare un’opera più grande e significativa delle parti che compongono qualcosa di maggiore.
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