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LE FASHION WEEK NON SONO TUTTE UGUALI

  • Immagine del redattore: Samuele De Marchi
    Samuele De Marchi
  • 14 dic 2025
  • Tempo di lettura: 7 min









di Samuele De Marchi


Senza il mondo intero non ci sarebbe la moda, ma in un certo senso senza la moda, il mondo non sarebbe intero come lo è oggi: il mercato del fashion gioca un ruolo fondamentale non solo nel commercio mondiale ma anche nella globalizzazione culturale, e se la cultura condivisa terrestre fosse una scacchiera la moda non sarebbe il re, ma la regina quasi quasi… .

Nonostante si trovi uno straccio di moda da quasi un secolo in qualsiasi dove e quando, in tutte le case-libri-auto-viaggi-fogli di giornale, ha ancora dei punti di origine e di riferimento ben chiari in determinate città, anche se negli ultimi anni si stanno aprendo nuovi mercati e di conseguenza nuove passerelle importanti.

La moda e l’abbigliamento, si sa, sono una macchina di stampo occidentale, nata in Europa con la sua succursale nel nuovo continente: è proprio tra una sponda dell’Oceano Atlantico e l’altra che si sviluppano le “Big Four”, ossia le quattro principali fashion week che scandiscono collezioni e calendari di tutti gli anni. Ognuna di questi mega show e delle città che li ospitano presentano però differenze sostanziali sotto tutti i punti di vista sin dalla loro inaugurazione, ed è interessante notare come queste variazioni non siano l’effetto del volume titanico della moda attuale, ma ne sono invece la causa. 

Premessa doverosa per evitare errori, “vincolo” anche di chi vi scrive per non andare off-topic: nonostante le fashion week nella loro essenza siano composte da sfilate, la storia di queste ultime e delle settimane della moda non coincide affatto: alcuni nomi conosciuti per essere pionieri delle passerelle dunque non appariranno come figure cardine, magari solamente come citazione. Si restringe - per dare a Cesare ciò che è di Cesare - ancora di più il campo quando si inizia a considerare “settimana della moda” un evento regolato in tempi, spazi e modalità da organi istituzionalizzati, non dunque figli di exploit avanguardisti, che risulta essere alla fine dei conti un sistema piuttosto giovane.

Le big four seguono sempre lo stesso ordine tutti gli anni, al di là della distinzione autunno-inverno e primavera-estate: si parte con New York per arrivare come seconda tappa a Londra, scendere poi sotto alle Alpi nel nostro Bel Paese a Milano fino a darsi l’arrivederci a Parigi come ultimo appuntamento.

Nonostante la storia ci insegna che la carta d’identità della moda ha il luogo di nascita in Europa, la prima fashion week è in realtà proprio quella di New York. A far nascere l’evento è la seconda guerra mondiale e lo scisma geografico-politico che crea, tra una sponda e l’altra dell’Atlantico, soprattutto per via dell’occupazione nazista di Parigi. In un momento dunque dove l’Europa è totalmente irraggiungibile se non armati fino ai denti, i buyer e la stampa statunitense che visitavano spesso la capitale francese per comprare e vedere le nuove proposte della moda, si trovano a dover fare tutto da soli: l’intuizione di dare risalto alla moda statunitense fino a quel momento all’ombra di quella parigina fu di Eleanor Lambert che organizzò nel 1943 la “settimana della stampa”, diventata poi nel 1945 la New York Fashion Week grazie a un calendario stabile e friendly per stilisti e addetti ai lavori. Inizialmente le presentazioni avvenivano solamente all’Hotel Plaza, ma più cresce l’attenzione più i muri si fanno stretti: tra gli anni Sessanta e Ottanta via dunque a show sparsi per tutta la Grande Mela, tra sfilate e after party ricchi di nomi importantissimi della città e dell’arte mondiale come Andy Warhol, che arriva anche a definire la “neonata” cultura della fashion week come “la nuova forma d’arte degli anni ’70”. Le cose però iniziarono rapidamente a degenerare: la quantità degli show e la distanza tra di loro rendeva impossibile e straziante il lavoro per stampa e compagnia bella, situazione aggravata anche da incidenti nelle infrastrutture come crolli dei soffitti delle location scelte. È qui dunque che si decide di fare un passo indietro e dare alla settimana della moda newyorkese la sua caratteristica principale: dagli anni Novanta in poi infatti tutti gli show saranno tenuti nello stesso luogo - nel corso degli anni è cambiata - per assicurarsi che tutto sia fatto come si deve, almeno per quanto riguarda le sfilate ossia la parte “ufficiale” dell’evento. Questa peculiarità unita alla concentrazione iniziale della stampa e dei buyer fa sembrare la New York Fashion Week simile quasi a una fiera del settore più che a una serie di eventi cool, anche se NY dà effettivamente i natali alla settimana della moda come la conosciamo oggi, ricca dei suoi eventi collaterali. 

La seconda in ordine di nascita è la fashion week di Parigi, e anche in questo caso la guerra mondiale ha giocato un ruolo chiave. La moda francese era, sin dal passaggio tra diciannovesimo e ventesimo secolo, l’unica rappresentante al mondo di questa nuova arte, più matura in fatto di stile tanto quanto di organizzazione: Charles Frederick Worth, padre della moda contemporanea, aveva iniziato a far indossare gli abiti alla moglie davanti alle sue clienti, e anche qualche decennio più avanti Coco Chanel ed Elsa Schiaparelli organizzavano spettacoli nei propri atelier. La rinascita della moda francese post-conflitto invece è da attribuire principalmente a due personaggi. Christian Dior con il suo New Look nel 1947 e Yves Saint Laurent con la prima collezione pret-à-porter della storia negli anni Sessanta: il primo, con uno stile tra l’inedito e il tradizionale, fece capire al mondo intero chi in fatto di moda aveva ancora gli “attributi” più grandi, mentre il secondo diede esempio per una moda più accessibile ma comunque di qualità. Per l’avvio di una vera e propria settimana della moda dovremmo però attendere il 1973 con uno show interamente tenuto alla reggia di Versailles - ditemi qualcosa di più francese -, a cui venne ospitata direttamente la concorrenza statunitense contro i nuovi campioni francesi come Saint Laurent, Dior, Pierre Cardin e Givenchy. Da questo momento in poi la Parigi Fashion Week divenne un crescendo di momenti iconici della moda e passerella dei nomi più importanti, tra Jean Paul Gaultier e Martin Margiela fino al più recente Rick Owens, immancabile nella capitale d'oltralpe. Parigi è ancora la culla della moda e per questo anche il palcoscenico più ambito, forte di una istituzionalizzazione molto presente ma allo stesso tempo di un’alta apertura alla creatività, tanto che è ancora oggi l’unica città a presentare le collezioni di haute couture, prototipia e sperimentazione vestimentaria pura e senza compromessi.

Non si può parlare di avanguardia, estro, sperimentazione e persino di polarizzazione stilistica, senza parlare di Londra e della sua settimana della moda: la più giovane tra le quattro, figlia della moda londinese degli anni Sessanta fatta di esempi come Mary Quant con la sua minigonna, Vivienne Westwood con il suo punk, e tutta la Beat Generation che sfrecciava per le strade tra motorini e Mini Cooper. La vera London Fashion Week nasce però nel 1984 dopo l’istituzione nell’anno precedente del British Fashion Council. Nonostante ora la moda in Inghilterra avesse il suo bell’ente giacca-e-cravatta a proteggerla, non aveva comunque nulla a che fare con la sobrietà di Savile Row, tutt’altro: la prima fashion week infatti si tenne interamente nel parcheggio dell’Istituto del Commonwealth, e quelli furono gli anni in cui grandi nomi come John Galliano iniziarono a farsi conoscere. Nel corso degli anni Novanta con il sistema britannico ancora “di nicchia” e complice anche una crisi economica, la moda inglese non spiccò propriamente il volo, ma trovarono comunque spazio e risonanza stilisti come Alexander McQueen e Stella McCartney. Furono anche gli anni in cui la London Fashion Week fece capire subito la sua direzione e il suo posto con la creazione di un programma apposito per il sostegno di nuovi stilisti. Passano i decenni, si entra nel nuovo millennio, e Londra continua a far parlare di sé proprio con nuove proposte molto sperimentali come Gareth Pugh e Hussein Chalayan, artisti - perché è quello che sono - in un limbo tra moda, architettura e performance. 

La moda presentata alla fashion Week di Londra è “strana” e originale, giovane, e non sembra gli interessi molto fare le cose che piacciono a tutti; proseguendo la scia di personaggi “estremi” esteticamente di cui la cultura londinese è piena, se si cerca qualcosa di mai visto prima sia in fatto di soluzioni vestimentarie sia in fatto di chi le realizza, l’Inghilterra è il posto giusto per trovarle.

Si cambia completamente registro per presentare l’ultimo quartier generale della moda mondiale: Milano.

La presentazione di moda in una kermesse organizzata arriva nel capoluogo meneghino soltanto per ultima. I primi anticorpi di fashion week in Italia nascono in realtà negli anni Cinquanta a Firenze con Giovan Battista Giorgini e le sue presentazioni a Palazzo Pitti, con qualche sfilata organizzata anche a Roma. Erano gli anni di Cinecittà, dopotutto. È con la Camera Nazionale della Moda Italiana, nata nel 1958, che le cose iniziano a cambiare: l’obiettivo era sì quello di creare competizione con la Francia - da sempre l’uomo da battere -, ma facendolo con un approccio diverso, più rivolto alla massa e al consumatore, valorizzando allo stesso tempo artigianato di qualità e la forza industriale che il nostro paese possedeva. Per questo Milano divenne il fulcro della moda italiana, in una posizione strategica per ospitare chi viene da fuori e chi lavora da dentro, nell’immensità della Pianura Padana. Dalla metà del secolo scorso ad oggi la Milano Fashion Week non ha fatto altro che crescere di importanza con nomi come Giorgio Armani, Prada, Versace, Moschino e Gucci, stilisti che hanno definito e codificato un’estetica italiana fortissima e insostituibile.

Da subito si comprende dunque il focus della moda milanese e della sua Fashion Week verso il business e la brand identity, una proiezione verso il futuro che nel tempo è diventata heritage e storia non dei marchi in sé, ma di un’industria intera.

È doveroso fare un appunto anche per le nuove fashion week che stanno avendo sempre più importanza negli ultimi anni: il mercato asiatico si sta diffondendo a macchia d’olio, e c’era dunque bisogno di una rappresentanza nel loro territorio con Shanghai e Seoul. In un’ottica invece più sostenibile, ironicamente volta in un certo senso a riparare i danni fatti da tutti coloro che sono venuti prima, la Copenhagen Fashion Week ha una chiara impronta sostenibile sia a livello ambientale che etico, ospitando esponenti di questo “genere” di moda.

15 dicembre 2025, Samuele De Marchi


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