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INTERVISTA A FELICE LEVINI

  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 16 min

di Anna Rubbini










Felice Levini, uno degli esponenti più rappresentativi dell’Arte Italiana contemporanea, ha scambiato con noi di AART una stupenda chiacchierata parlandoci di se e della sua visione dell’Arte,

svelandoci dettagli della sua vita e del suo percorso professionale,

Felice Levini nel suo studio a Roma
Felice Levini nel suo studio a Roma

della storia e delle esperienze che lo hanno reso oggi un affermato artista del nostro panorama, con una precisa visione del mondo talvolta cinica ma anche libertaria e possibilista, in una contemporaneità multiforme e multimediale, in cui è difficile intravedere esempi di qualità espressiva, ma che non per questo lo induce a smettere di ricercare, sperimentare ed estendere la sua aspirazione ad essere artista, credendo fermamente che l’Arte è tutto.

Un tutto per chi, come lui, ci ha creduto e continua a credere ed ha voglia di rischiare; quel tutto che, accanto a delusioni e amarezze, può dare grandi realizzazioni, dimostrazioni e riconferme umane e professionali, che lasciano cadere le incertezze tipiche di un lavoro estetico e di nicchia; un tutto, insomma, che rivela che la bellezza di lavorare nell’Arte è dura quanto infinitamente affascinante, e che null’altro che l’Arte e la cultura sono un principio ed uno scopo che eleva l’animo dell’uomo senza altrimenti, rendendolo nel profondo completo e realizzato.

Comprendere Felice Levini attraverso la sua stessa voce, dalle sue parole, è un accrescimento personale affatto scontato per chi, personalmente, pensa e crede che la lettura di un messaggio artistico sia imprescindibile dal chi lo esprime, il ruolo dell’artista è irrinunciabile per la comprensione profonda del suo lavoro, talvolta addirittura sorprendente di quanto egli possa amare ciò che fa, da voler essere custode unico di quel bene concepito dalla sua creatività e frutto del suo talento e del suo ingegno.


A ) Felice noi ci conosciamo da molto tempo, ricordo che ero assistente di galleria in una tua personale a Bologna e tu un giovane artista già attivo e noto nel panorama artistico italiano: mi parli di te e del tuo lavoro?


Ricordo che la prima volta dove ci siamo conosciuti era a Mercato Saraceno nel ’94-95’, alla mostra di Alice Rubbini, sono passati 30 anni. Tu dici che ero già affermato ma io non me ne sono accorto, non me ne rendevo conto!

E’una fatica lavorare nell’arte in questo Paese e ci vuole anche fortuna. Delle gallerie poi non ne parliamo, ci sono stati tanti tradimenti anche se non voglio fare nomi.

 

A ) Da allora com’è stata la tua maturazione artistica?

 

Spero di non essere maturato troppo, così c’è ancora qualcosa da scoprire.

 


Felice Levini nel suo studio durante l'intervista


A ) Mi sembra, almen,o che tu sia rimasto molto coerente nel tuo lavoro!?

 

La passione per l’arte ce l’ho sempre avuta, dai 12-13 anni, grazie a mio padre - prima era forse incoscienza. Quando ero piccolo le domeniche o in occasione delle feste, mio padre mi portava ogni tanto nei musei o a passeggio per la città. Una volta non era come adesso, parliamo degli anni ’60, non dovevi prenotare, anzi, ti ringraziavano quando andavi a visitare un museo, ed era bellissimo! E quindi, una volta a Museo Borghese, una volta alla Galleria Colonna, a Palazzo Spada, l’altra alla Galleria d’Arte Moderna dove c’era allora la parte dell’’800 sino ai Futuristi che piacevano a mio padre. Diceva: “ ma guarda questo”, insomma, era curioso. Poi davanti a Fontana diceva: boh, non ci capisco niente! Però non disprezzava.

Poi mi portava a Piazza Navona e mi diceva: “questo l’ha fatto il Bernini, questo il Borromini, questo l’ha fatto il Caravaggio, questo Guido Reni…"; e poi tanto, tanto cinema.

Mia mamma invece non era istruita, ma era una gran lavoratrice, una donna molto intelligente!

Mio padre aveva fatto il liceo classico, è rimasto orfano da piccolo e viveva con uno zio a Roma, poi è scoppiata la guerra, si è trovato coinvolto ed ha lasciato tutto per andare a combattere in Africa. Quando è tornato era miseria.

 

A )  Quando hai fatto tu l’Accademia chi c’era?

 

Dopo il liceo artistico, ho proseguito con l’Accademia di Belle Arti ed ho sempre mantenuto vivi i rapporti con alcuni amici del liceo. Quelli sono stati anni che in qualche modo ho sperimentato, ho guardato molto; poi all’Accademia ho conosciuto Ceccobelli, Dessì, Tirelli, Nunzio, Cerone, Pizzicanella e tanti altri, come Tommaso Màssimi e Stefano Donati.

 

A )  Che indirizzo hai scelto all’Accademia? Pittura, Scultura ?

 

Decorazione, poi mi sono iscritto anche a Lettere, allora si poteva, e le ho seguite per qualche anno; poi ho lasciato ed ho terminato con Decorazione.

 

 A ) Tu però non eri dentro al gruppo della Scuola Romana, forse perché avevano un’età diversa?

 

No, non era una questione d’età, era che avevano fatto gruppo attorno a Scialoia, (Toti Scialoja /1914-1998/, pittore e poeta, è stato una figura di riferimento e ha diretto l'Accademia di Belle Arti di Roma), un grande “accentratore”. Io e altri avevamo ambizioni diverse e questo è stato per me una salvezza!

Poi è nata S. Agata dei Goti (spazio autogestito da artisti e poeti che prende il nome della via dove si trovava, sorto nel 1978, diventando ben presto a Roma luogo di riferimento artistico multidisciplinare), che è stata, assieme ad altre esperienze, un mezzo per capire il proprio percorso. Nel  ’77 ricordo che andai a Bologna a visitare il Dams, dove si teneva un Convegno di filosofia e lì vennero tutti.  (il Movimento del ’77 ebbe come fucina il Dams, aperto allora da pochi anni, che diede impulso alla ridefinizione delle espressioni artistiche e culturali contemporanee grazie ad intellettuali quali  Umberto Eco e Franco Berardi, noto anche come  Bifo) Mi ricordo che c’erano, a parte Cacciari, Vattimo, Perniola, i francesi Lyotard, Bernard Levì, Baudrillard e altri, è stato bellissimo!

Ricordo che ho comprato anche dei libri, abbiamo cominciato a parlare di queste cose e a sentirci vicini al movimento.  Poi, quando ammazzarono Moro, il clima diventò esplosivo: capimmo, allora, che il movimento del ’68 e il movimento dell’arte di quegli anni ci aveva proprio rotto!!! Un cappotto grigio troppo stretto.

 


Foto dello studio di Felice Levini dal soppalco


A ) Era il momento della svolta?!

 

Certo, la Transavanguardia aveva avuto più fortuna, perché loro erano più grandi ed erano già collocati nelle gallerie, noi eravamo all’inizio, dei cani sciolti. Lavoravano già con Mazzoli, Sargentini, Sperone e Lucio Amelio: è chiaro che per Achille Bonito Oliva bastava fare un fischio ed era già tutto stabilito! Comunque, la Transavanguardia, da un punto di vista teorico, se vai a leggere il primo libro di Achille <L’ideologia del traditore>, curioso a dirsi, era più vicina a noi.

Per me e per altri artisti questo cambiamento, questa posizione di Achille Bonito Oliva insieme a quella di Renato Barilli, ci interessava molto, sia a Sant’Agata dei Goti che fuori. Finalmente si pensava fosse finita quella visione ideologica dell’arte, la dittatura dell’Arte Povera, e che fanno questi? Un’altra dittatura! Peggio, hanno fatto chiudere tutte le gallerie a chi non rientrava nell’Arte Povera e nella Transavanguardia, non c’era più spazio per gli altri. Ma forse è stato meglio così.

 

 A ) Anche Barilli ha tentato di creare un gruppo, di fare una corrente con i Nuovi Nuovi. Secondo te perché il gruppo non ha avuto la risonanza che meritava? Cosa è mancato perché divenisse un vero e proprio movimento?

 

Penso sia stato per l’etichetta “Nuovi Nuovi”, per niente esaltante. A differenza di Bonito Oliva, Barilli purtroppo non riusciva a mantenere il punto. Barilli aveva visto bene, ma non ha tenuto … e tieni duro porca miseria! Aveva messo come cappello dei Nuovi Nuovi Ontani e Salvo, e questo non andava bene perché venivano già da un’altra storia. Comunque Salvo e Ontani andavano bene lo stesso, erano molto più vicini a noi di quanto si pensasse, sono dei grandi artisti.

 

A ) E rispetto a loro, la tua costante qual è?

 

La costante in quel periodo di grande ebollizione e confusione era trovare un vocabolario, le costanti visive che potessero darmi la possibilità di fare una specie di inventariato di immagini da poter usare. Infatti, all’inizio io cercavo di unire più pezzetti, usavo le plastiche trasparenti, la prima nel 1980-’81; le tele bianche con sopra immagini molto spesse, ad olio, immagini molto sintetiche. La prima mostra la feci da Liverani nell’80, ma le tele le ho iniziate dal ’79 perché ci voleva molto tempo per farle, ed erano grandi tele bianche senza telaio, con cornici dipinte come fossero “cartolinone”. Insomma, cercavo di trovare una cifra. Ho provato anche la tecnica del puntino che mi serviva per le plastiche trasparenti, perché se le facevi con pennellate intere non veniva bene, il colore non attecchiva. Infatti, le prime plastiche che ho esposto da Liverani erano grandi cinque metri, e le montai sul soffitto della galleria; allora c’erano ancora dei pennarelli che scrivevano su questo tipo di plastica. Alla fine degli anni ’80 non li hanno più fatti, così ho usato altri pennarelli ma li potei usare solo su carta perché non “attaccavano“ più sul p.v.c.

Poi ho fatto “le plastiche d’argento”, come in “io vedo - io sento - io parlo”, e l’autoritratto, ma  non come Ontani che lo usava come fatto autoreferenziale. A me serviva una figura e l’unica figura disponibile ero io. Altro lavoro importante fu la “carta da parati a morte” del 1981, piccoli esagoni di teschio a riempire tutte le pareti dello spazio.

 

Felice Levini, Progetto per carta da parati, particolare, opera esposta al Mattatoio, Roma
Felice Levini, Progetto per carta da parati, particolare, opera esposta al Mattatoio, Roma

A )  C’è un’altra costante che si vede e ricorre nel tuo lavoro, la parola…

 

Sì, ho incominciato a inserire le lettere e poi quando tra l’82-‘83 ho visto che il vocabolario iniziava a comporsi, qualche volta ho usato anche la parola, con una citazione, un titolo, un aggettivo.

 

A ) Da dove parti, dunque, per fare un’opera, cosa ti ispira? Un libro, ad esempio?

 

Sì, a volte parto da un libro, o da una foto, o una cartolina. Una volta feci un lavoro sulle isole perché vidi un cartellone pubblicitario che proponeva delle isole, e da lì dissi: “quasi quasi faccio un lavoro sulle isole”.

Sai Anna, ci sono varie situazioni, tu vedi un oggetto, senti una battuta, che ti portano a fare un certo lavoro…

 

A ) Un’altra figura che tu usi spesso è il guerriero, che significato ha per te il guerriero?

 

Nell’arte è un combattimento con sé stessi, almeno per quanto mi riguarda: è una guerra, uno sfidarsi continuamente con sé stessi e con l’oggetto misterioso che è l’arte, è quello che mi interessa, il punto d’arrivo è l’arte!

Armato d’astuzia, di gioco, perché la vita è anche un gioco, un brutto scherzo...

 

A ) Ma che bello direi!?

Felice Levini, Autoritratto Feroce, 1992, olio su tela e stampa fotografica su alluminio, 240x170cm, Mattatoio, Roma
Felice Levini, Autoritratto Feroce, 1992, olio su tela e stampa fotografica su alluminio, 240x170cm, Mattatoio, Roma

 

Sì, un brutto scherzo che può diventare bello se lo affronti ad uno ad uno. Come diceva Genet: ormai sei nato, non c’è più speranza, non puoi tornare indietro, o puoi anche tornare indietro, ma solo per andare avanti.

 

A ) Tu sei un’artista romano e credo questa sia una tua forte connotazione: cosa pensi invece dell’arte internazionale? La guardi, cosa ti piace?

 

Io sono rimasto a Roma per due motivi: uno è perché non ne posso fare a meno! Ho provato ad andare da qualche altra parte, ma no…; forse sarei potuto vivere a Los Angeles, se avessi saputo l’inglese, non a New York, a Los Angeles! Perché è orizzontale a differenza di New York, dove è tutto concentrato in questo “grande ring” dove accade tutto, tutti si ammazzano.

No, New York non mi ha affascinato; Los Angeles mi è piaciuto per questa sua orizzontalità e per il clima.

Se devo scegliere dove “andà a morì” Roma. Ma Roma, è una città maledetta!... Però mi ha sempre ispirato, ho sempre trovato qualcosa, anche se ultimamente un po’ meno, perché è diventata invivibile: fai prima ad andare a Parigi che spostarti a Roma, il centro è diventato proprio brutto, “pieno dé gente che se mena e magna”.

L’altra sera ballavano su Ponte Sisto, una massa di gente che ballava e rischiava di cadere di sotto; gente con musica a tutto volume, turisti con le ciabatte che si mescolavano. Io dovevo andare a trovare Andrea Fogli, ho lasciato la moto in via Giulia, volevo fare una passeggiata e dovevo attraversare il ponte ma non si passava! Roma, non ne faccio un’esaltazione, ma non riesco a staccarmi da questo posto. Avrei trovato anche una casa stupenda in Abruzzo dove potrei fare casa e studio, tenendomi lo studio di Roma. Mah, non so…

Roma è ed è stata una città importante, per me e per altri che l’hanno scelta: Roma non ti da scampo, a differenza di altre città. Non essendoci un grande mercato era un posto dove ci si incontrava e ancora adesso lo è, ma non è più come prima. Nonostante questo, questa città ha permesso di fare delle evoluzioni non solo a me ma anche ad altri artisti.

 

A ) Rispetto a quando eri giovane, ora che sei un artista stimato pensi di essere cambiato?

 

Beh, sono cambiato e spero in meglio.

 

A ) Intendo dire che il successo, l’essere artista conosciuto, questo ti ha cambiato?

 

Non so se lo pensino gli altri, ma non più di quanto avrei immaginato… Quello che mi piace è la possibilità di continuare su questa scia, provare cose nuove ed evolvermi.

 

A ) Hai mai avuto nella tua carriera dei buchi, dei momenti bui?

 

Spesso mi capita che dopo una mia mostra si creano dei vuoti dove penso: “e ora che faccio?”, anche se poi quando finisce continui a pensarci, come ad esempio dopo la mostra al mattatoio.

 

A ) Quanto è stata importante per te la mostra al mattatoio?

 

È stata importante perché ci ha dato la possibilità, a me e a Giuseppe Salvatori di far vedere delle cose poco viste.



Aiace, Cavallo Donato, Abu Dhabi, 2024, olio e tecnica mista su tela, 240x170 cm, foto insieme Mattatoio, Roma

Cavallo Donato, olio e tecnica mista su tela, 240x170 cm, Mattatoio, Roma

Nerone, 1986, tecnica mista su tela, 140x150 cm; La pulce nell'orecchio 2012, orecchio in resina, 85x50x20 cm, foto d'insieme, Mattatoio, Roma

Caligola, 1986, tecnica mista su tela, 140x150 cm, Mattatoio, Roma

Vittoria, 1988, vernice d'orata su tela+legno, dimensioni variabili, Mattatoio, Roma

Installazione con le opere Bersagliere - Vittoria, 1988 e Riflessi d'oro, 1979, Mattatoiuo, Roma

Riflessi d'oro, 1979, stampa fotografica+ottone, 86x65 cm, Mattatoio, Roma

Caligola, 1986, tecnica mista su tela, 140x150 cm, Mattatoio, Roma

Tre+uno cavalieri dell'apocalisse, 1999-2000, olio su tela e vernice, 245x180 cm cd, (3 immagini su 4 elementi)


A ) Ti ha dato delle conferme?

 

No, io le conferme le avevo già, anzi, troppo poco! Se mi davano altro spazio, riempivo anche quello, e un altro ancora e un altro ancora… i problemi sono altri. Comunque la mostra è stata visitata da più di quindicimila persone, non è poco.

 

A ) Molti ti citano come “il nuovo De Dominicis”: cosa ne pensi, come ti vedi rispetto a questa definizione?


Peggio per loro!

 

A ) La cosa non ti lusinga?

 

Perché? Insomma, Gino era un amico e un grande artista; lui e Alighiero Boetti erano persone che ho avuto la fortuna di frequentare, con Gino ci si incontrava al Bar della Pace. Non era una persona facile, però con me è sempre stato gentile. Pensa, noi ci siamo conosciuti nel ’79 al Privè, un locale vicino all’hotel Locarno, presso Piazza del Popolo. Eravamo con Bruno Ceccobelli, Giuseppe Gallo, Giuseppe Salvatori, Stefano Donati ed altri, volevamo andare al Privè: solo che io non avevo una lira, all’epoca per un locale notturno ci volevano i soldi … e mi volevano far entrare per primo. Il Privè aveva le porte come un saloon e così mi buttarono dentro! Ormai che c’ero sono andato al banco ed avevo con me, pensa, solo duemila lire! Però stavo bene, ero ordinato… dunque mi decido e prendo una grappa, “una di quelle buone” dissi. C’era vicino a me Eliseo Mattiacci, che poi ho conosciuto, e dietro di me c’era Gino, però noi non ci conoscevamo: nel momento che prendo in mano la grappa appena servita, mi urta e la grappa si rovescia tutta sul banco! Ed io pensai: “mannaggia! Che faccio ora? Che consumo qua?” Mi volto e lui mi chiede scusa, e io dico “vabbé, ma si è rovesciato tutto!” Allora lui si rivolge al barista dicendo: Gianfranco, “un’altra grappa”, indicandomi. Da lì ci siamo messi a parlare, ma io sempre con un certo riguardo. Poi ci siamo rivisti, ma non l’ho mai cercato; si andava alla Pace, allora a me piaceva il wisky, e mi diceva: “che fai là?” E mi invitava a sedere e la cosa bella è che non si parlava mai di arte. Tutti gli artisti non parlano di arte, ricordalo, nessuno parla mai di arte! D’altronde, passavano certe figliolone della Madonna, e che stavi a parlare di arte?! L’arte era quella! Come la dipingi quella signorina lì?

Il succo del discorso era che soltanto dopo si passava a parlare del Beato Angelico, di quell’arte, ma non si parlava mai di quello che fai o non fai. E ché, non conosci il lavoro di Gino? Era questo il motivo, è anche una questione di rispetto non chiedere: ti devo spiegare io, Gino De Dominicis, quello che sto facendo? Vengo con le mani insanguinate e te lo faccio vedere?!

Quello che era interessante, ricordo che c’erano pure Vittorio Sgarbi e Achille Bonito Oliva alla Pace, è che si facevano discussioni infinite dove si parlava di tutto e poi si finiva a parlare anche di arte. Perché solo i frustrati, i rompi c……i, vogliono parlare di arte e poi vogliono parlare di sé e non sono nessuno!

Io ho imparato veramente da questi artisti, da Mario Schifano da Gino De Dominicis, perché si parlava di tutto ma non di arte: che poi significava che si parlava proprio di arte, perché si parlava del mondo ed era più divertente, sennò che noia! Facevi arte a casa, portarti il cadavere appresso, che noia!

 


Foto dell'inaugurazione della mostra "Progettare il caos", 2025, Mattatoio Roma

Venere acrobata, 2012, olio e tecnica mista su tela, 240x170, Mattatoio, Roma

Domatrice di pulci, 2024, olio e tecnica mista su tela, 240x170 cm, Mattatoio,Roma

Gladiatore(Spartacus), 1989, vernice su tela e un elmo, 300x200 cm, Mattatoio, Roma

Disegni, 1979-2014, diverse tecniche su carta, 50x35 cm cd, foto parziale, Mattatoio Roma

Progettare il caos, 2022-'24, 2 rotoli di carta a tecnica mista, 150x1000 cm cd, Mattatoio, Roma

Piede del santo, 2024, ceramica dorata e ferro, Mattatoio, Roma

Cinquecentomila anni fa, 1992, tempera su tavola e led arancione, 170x130cm, Mattatoio, Roma

Genesi,1989, particolare della cartellina

Genesi, 1989, cartellina di litografia e incisione,50x35 cm cd, Mattatoio, Roma


A )  C’è un opera tra le tue tante a cui sei particolarmente affezionato, che dici “MIA”, questa non è in vendita?

 

Tutto non è in vendita, se fosse per me non venderei niente! Io ogni volta che và via un pezzetto, anche un disegno, vado a casa e divento triste.

 

 A )  E se poi ritrovi una tua opera in un museo?

 

Mah! Io sono contento ma non tanto per me, per i collezionisti, per i galleristi, per le persone che lavorano con me perché in qualche modo dai loro la soddisfazione che quella cosa ha una sua realtà; altro fatto se l’opera la compra un museo e gliela dai, non ti metti a contrattare.

 

 A )   E quando a casa di un collezionista vedi le tue opere?...

 

Mi fa piacere, soprattutto se sono esposte bene.

 

A )  C’è un progetto che vorresti fare? Ad esempio tutto il mattatoio lo faresti? Non ti spaventerebbe?

 

Si, lo farei, non mi spiacerebbe. Le opere ci sono.

 

A – Tu cosa ne pensi dei giovani, glielo consiglieresti di fare il tuo lavoro?

 

Se vogliono rischiare sì, però devono rischiare! Non a tempo perso, oppure ci provo… E poi consiglierei di studiare, ma studiare seriamente, non studiare Flash Art!

 

A )  In che senso? Di andare a vedere le mostre? Di andare all’estero?

                          

Intanto di vedere, ma non solo l’arte contemporanea, anzi non l’andrei a vedere quella roba là … io vedrei proprio l’Arte: girare e vedere come era l’arte antica, moderna, l’arte del ‘600, cosa facevano gli egizi; se non hai la possibilità di girare, vedi! Se non hai la possibilità di andare Al Cairo, vai a Torino al Museo Egizio, magari ti ispiri, perché se parti da Duchamp stai fresco! Sei morto! Che è quello che fanno all’Accademia adesso: nemmeno De Chirico… la prima lezione è Duchamp.

Se fai l’Accademia devi avere la fortuna di avere professori in gamba, soprattutto in storia dell’arte, non è facile, la devi sentire la cosa a te più vicina. E’ chiaro che all’inizio è difficile.


 

A )   Poi vai a vedere la mostra di Felice Levini al Mattatoio e dici: cavoli, anch’io vorrei farlo!

 

Nooo! Dicono: io questi puntini non li faccio!!! Io i puntini li ho fatti apposta, così non mi copiano!!!

 

-----  Ridiamo

 

Apollo e Dafne, tempera su vassoietto di carta, collezione Alice Rubbini
Apollo e Dafne, tempera su vassoietto di carta, collezione Alice Rubbini

A )  E un tuo progetto futuro, me lo puoi dire?

 

Sto realizzando una mostra in Abruzzo, nel castello Orsini Colonna di Avezzano, assieme al musicista e compositore Carlo Crivelli ed è un’occasione per fare qualcosa un po’ particolare, sarà a settembre.

 

A )  E a Felice Levini come piacerebbe essere ricordato?

 

DA VIVO! Vorrei essere ricordato da vivo! 

 

-----  Ridiamo

 

A ) Adesso, visti fuori da Roma, voi artisti romani sembrate ancora abbastanza uniti?!

 

Più che altro bisogna non essere ideologici e prevenuti, anche con i giovani, tra artisti bisogna sempre cercare di creare una comunità, indipendentemente da quello che fai e da quello che pensi.

 

A ) Quindi secondo te per fare l’artista bisogna essere più umili? Impara e poi…

 

Bisogna essere autonomi o autonome prima di tutto, e poi fare vedere le cose, se è possibile.

 

A ) Ma no, non va bene!!!

 

Va bene perché ci sta tutto, nell’arte non c’è democrazia, è così! Ci stanno tante situazioni e ognuno vede e intende l’arte attraverso una sua visione, un suo progetto, ma nulla è scontato.

 

A )  Io, come te, penso che ci sia posto per tutti e per tutto, ma le cose devono avere un certo spessore...

 

Oggi è difficile stabilire qual è il capolavoro, c’è una marea di roba. Guarda la Biennale di Venezia, è tutto un casino, un lunapark, ci stanno le donne appese alle campane che suonano, si può fare di tutto, usare l’arte come un processo sociologico e di propaganda.

A me certe volte viene da ridere…Tutti abbiamo i riferimenti, nessuno nasce imparato, tutti abbiamo rubato, l’artista è anche un guardone, RUBA! Anche Giotto ha preso dai romani o dagli emiliani, Raffaello rubava da Giotto, tutto fa brodo però “ruba bene”, si guarda per imparare e lo si applica a modo proprio, per poter togliere o per aggiungere.

 

A – E di più attuale, più vicino a te, chi ti piace?

 

Mi piacciono i lavori degli amici, quelli che conosco bene, Giuseppe Salvatori, Luigi Ontani, certe opere di Marco Tirelli o Giuseppe Gallo, ma ce ne sono tanti altri.

 

A - C’è anche tanta tecnologia nel contemporaneo, cosa ne pensi?

 

Sì, tanta, ma ci sta tutto nell’arte, ogni mezzo, io non discuto il mezzo, il problema è che qualcosa ti arrivi, perché se il mezzo mi esprime solo l’ennesimo problema di linguaggio come messaggio, ha rotto i co….ni.

Quando vedo una cosa che mi parla, io capisco che c’è un artista citabile, che c’è l’opera; è quando non c’è l’opera che non mi interessa, manca quel mistero, quella dimensione fissa che però ha dentro il mondo intero, che può essere piccola ma la riconosci. Per esempio Anselm Kiefer, che a me piace molto, quando ha perso di mistero e di intensità? Quando ha riempito troppo il nero di altro, invece poteva iniziare un’altra strada, poteva fare ancora più nero, ancora più cattivo.

Ma lui, invece, che ha fatto? E’ arrivato a Firenze e si è messo a fare gli angeli di Beato Angelico. Ma lascia gli angeli all’Angelico! Io nel mio piccolo cerco sempre di imparare qualcosa di nuovo.

 

A )  E l’ultima mostra che hai visto e ti è piaciuta qual è?

 

Ho visto la mostra di Mario Schifano che mi è piaciuta molto, e poi una mostra di un quasi mio coetaneo, Alfredo Zelli, al Mattatoio, che tra tutto il ciclo di mostre che hanno fatto, questa mi è piaciuta; come anche la mostra di Gianfranco Notargiacomo, sempre al Mattatoio.

 

Sono le 20:20, una lunga chiacchierata con l’amico artista che è passata in un baleno, viene in parte interrotta per andare a cena; ma sappiamo che proprio per questo continuerà sino a tarda sera, seduti al tavolo di un ristorante a San Lorenzo, dall’altra parte della città rispetto allo studio di Levini che si trova a Centocelle; un ristorante anche questo scelto non a caso perché lì si ritrovano gli artisti, almeno quelli nostri amici e che, per combinazione, ci era già noto proprio grazie a Giuseppe Salvatori che una volta fa’, sotto un acquazzone romano, ci ha dato appuntamento proprio lì; quell’acquazzone ora, a tavola con Felice, tra le chicchere sui ricordi, i racconti di vita, sulle le nostre reciproche ambizioni, le riflessioni sul presente e lo scetticismo sull’esito del futuro, lo citiamo con nostalgia proprio per il caldo mortale di inizio luglio.

 

Anna Rubbini, Luglio 2026

 

 








 







 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

    

 

 

 

 

 

 

 

 



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