Quante cose possono succedere in una città senza che ce ne rendiamo conto? Quante volte, dopo essere passati per una via, ci chiediamo chi è stato lì prima di noi, o che cosa fa lo sconosciuto che aspetta il verde del semaforo alla nostra destra? Rendersi conto delle vite altrui, dei loro passati, presenti e futuri non può che tenerci compagnia, farci sentire più liberi. E in una città come Bologna, piccola fuori ma grandissima dentro, il viavai di esperienze è illimitato. Forse, in nessun altro posto potevano trovare spazio Monica Cuoghi e Claudio Corsello, un duo artistico - lei di origini mantovane, lui autoctono – nati artisticamente nella seconda metà degli anni Ottanta, durante l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Artisti di ogni qualunque cosa. Perché sì, Cuoghi Corsello - come si firmano - sono davvero tutto, e non è per iperbolizzare: la loro produzione è sconfinata, cercando - e trovando - significato in una miriade di dispositivi e supporti diversi. Eterogeneità profondamente connessa alla consapevolezza e tumulti ancora prima di un’artista a quella di un semplice essere umano, come quello alla nostra destra al semaforo. Partendo dalle installazioni di Monica e dalla pittura di Claudio, giungono all’espressione di sé come unicum, come intenzione, passando dal readymade, per arrivare infine a chi lo sa?…, la coppia è da sempre immersa in un’arte tout court senza esclusione di niente e di nessuno, facendo anche delle loro stesse abitazioni i principali luoghi dove scoprirli e dove si scoprono a propria volta.
In questa intervista, gli artisti ci raccontano chi erano prima di diventare Cuoghi, Corsello, e Cuoghi E Corsello: l’infanzia, i primi anni di scoperta visti con la lente dell’epoca e quella di oggi, la crescita, la loro maturità, il pensiero verso di sé e che cosa li circonda.
Partendo dalla vostra più giovane età, ancor prima degli studi e primi passi della vostra carriera: raccontatemi di voi, come eravate e quali sogni avevate. Chi erano Monica e Claudio prima di incontrarsi, e poi come si è evoluto il vostro rapporto, quando e come sono nati Cuoghi e Corsello?Monica: Quando ero alle elementari ho vissuto delle esperienze intense e artistiche con un insegnante severo: Dino Basaglia, e uno romantico: Mario Scaglioni.Abitavo in un paese di 300 abitanti nella bassa mantovana. A scuola insegnava la pop art, a scrivere le poesie ascoltando un pomeriggio il suono del frigorifero o fuori mentre scendeva la neve, eravamo piccoli scienziati nelle lunghe passeggiate, studiando le architetture, raccogliendo pietre etrusche tra le arature. Prelevavamo campioni di acqua nello stagno da esaminare al microscopio in classe scoprendo le amebe e i protozoi; avevamo un sistema monetario costruito con gli stampini del maestro e vendevamo al mercato in classe del mercoledì delle cose come i nostri disegni, o meglio le copie ricalcate, sulle quali era scritta la nostra sigla, una sintesi del nome e del cognome che ogni bambino aveva dovuto studiare. Avevamo compiti matematici separati, in una scatola di legno il maestro teneva dei fogli ordinati per gradi, di modo che ognuno avesse i suoi tempi e le sue capacità. Ricordo lo sforzo enorme che feci una volta per superare un problema, mi sembra di sentire lo scricchiolio dello scatto del mio cervello, da lì forse non sono più tornata normale. Dipingevamo con grandi pennarelli in fogli enormi, le maestre delle altre classi li volevano mettere in una mostra nella parrocchia, ma il maestro gli chiese di fornire i soldi per altri pennarelli, non avendoceli dati non si è fatto niente e la maestra Tenani per dispetto non ci fece preparare il pranzo in mensa, del resto eravamo dei reietti, una specie di mostriciattoli nerd che spesso facevano l'intervallo da soli in altri momenti. Poi venne il tempo pieno e abbiamo frequentato di più gli altri bambini e le maestre dolci che ci leggevano i libri e ci facevano fare, ricordo, una commovente favola russa con le ombre delle carte ritagliate, e anche ricordo disegnare un fumetto pensando a Gesù come se nascesse nei tempi nostri medesimi: un assassino, un ladro, molti bambini lo hanno visto in una versione molto negativa. Con il tempo pieno è arrivato anche Scaglioni e questo maestro mi ha insegnato ad ascoltare la musica, e rimanevo spesso in classe da sola durante l'intervallo per usufruire del giradischi, soprattutto musica classica. Ma il lavoro con Basaglia continuava imperterrito anche con il tempo pieno. Era come una comunità universitaria la nostra, si preparavano le tesi per il quinto anno.
Io ho portato la storia dell'arte della mia classe, e altre cose meno interessanti. Ero dotata ma non me ne rendevo conto, perché il maestro era severissimo e mi sgridava spesso, ricordo che sudavo e puzzavo, ero spesso con il nastrino squagliato storto e i capelli arruffati, ero sempre a fare qualcosa, a sporcarmi con le penne e disegnavo sui tavolini, non resistevo!... oltre al mio anche quelli dei compagni. Mi ha obbligata un giorno nell'intervallo a pulirli, non sapevo come fare, le maestre mi hanno vista piangere e mi hanno aiutata loro, in qualche modo. Nella classe c'erano, come cornicione in alto sui muri, i ritratti di tutti i bambini e del maestro, di grandi formati, eseguiti da me. Ieri sera ho detto che sono una poetessa, ed è vero, lo ero sin da bambina e la nonna del maestro Scaglioni è morta facendosi leggere le mie poesie. Una settimana ciascuno dovevamo comporre i fiori nel vaso, e portarli noi anche: un inverno ho portato dei fiori di sposa con la galaverna, arrivata in classe non c'erano più le brillanti decorazioni di ghiaccio, ma erano belli lo stesso. Ho ancora un tarlo di quando il bambino Andrea Cattabriga compose un vaso con i fiori tutti paralleli a collina, il maestro lo insultò e gli diede un voto bassissimo, sulle composizioni ogni bambino dava un voto al risultato, io diedi un bel voto e il maestro mi sgridò, non concepiva questo stile, mentre per me era uno stile anche quello. Una sintesi breve di tutte le avventure in questa scuola, se poi ci mettiamo che facevo anche il chierichetto, leggevo e cantavo in chiesa perché erano quasi tutti comunisti nel paese, siamo a posto. Ho imparato e ho fatto tutto qui, come una radice per tutta la vita. Il maestro ci ossessionava per farci inventare stili nuovi di arte, nella vita ho fatto soprattutto questo fino a capire che il mio stile sono io, anzi noi, diverse personalità nello stesso corpo. Non ho mai avuto nessun dubbio di seguire una carriera d'arte.
Quando ho incontrato Claudio così diverso da me, all'opposto, mi sono interessata a giocare assieme per avere nuove esperienze che da sola non avrei fatto. Nel periodo che frequentavo l'Accademia di Belle Arti, la scuola delle elementari è stata venduta ed hanno buttato via tutte le nostre cose, disegni, poesie, opere, sono arrivata tardi trovando solo degli stampini di adigraf, non so incisi da chi, li ho usati stampandoli in incisione, cominciando a dare importanza all'incontro delle cose come parte della nostra vita. All'inizio lavoravamo separatamente, poi dal 1989 abbiamo deciso di mettere in ogni opera i nostri due cognomi Cuoghi Corsello, al di là di chi avesse avuto l'idea o ne fosse fisicamente il creatore.
Claudio: Ero un bambino che definivano border-line, non proprio problematico in senso conclamato, ma neanche normale normale. Alla fine delle medie il responso implacabile fu: “Consigliati studi artistici, non adatto a indirizzi impegnativi”. Un piccolo disagiato che percorre la strada della creatività.
Per tanti anni avete vissuto in spazi abbandonati ri-adibiti a vostra dimora e studio di sperimentazione artistica; guardando oggi la vostra vita e il vostro lavoro, quali sono stati i pro e - se ci sono - i contro di questa scelta?
Monica: I pro sono aver vissuto come montare una mostra ogni giorno, dopo aver costruito antecedentemente alle occupazioni i "selettori", sculture elettro-meccaniche o idrauliche, è stato facile organizzare gli spazi abbandonati per il nostro bisogno abitativo, ma lo facevamo con lo spirito di creare delle opere. La possibilità di essere liberi da lavori remunerativi e agire in spazi enormi ci ha dato modo di sperimentare tantissimo. Di contro c'era che a volte non avevamo i soldi neanche per i rullini fotografici per fotografare i lavori che continuavamo ad esporre in musei gallerie e spazi atipici, ma soprattutto, spesso, non potevamo condurre una vita sociale, vale dire andare ai concerti, prendersi una birra, andare al cinema, alle mostre anche nella altre città. C'è stato un isolamento, venivano gli altri da noi a visitare questi posti pazzeschi come un grande showroom, un museo enorme, ma credo che per la nostra carriera sia stato peggiorativo il farsi vedere poco, il non partecipare più attivamente a quello che facevano gli altri.
Claudio: Pro: la libertà di vivere in questi spazi, nell’assenza di soldi e nella marginalità, ci ha dato la possibilità di sperimentare una reinvenzione del vivere, inventarsi qualsiasi cosa. Contro: l’isolamento.
Pea brain è forse la vostra “cifra” più nota, più riconosciuta, tra quelle che avete creato. Porta la firma di Monica Cuoghi, anche se voi siete sempre assieme e tutti noi vi pensiamo come un’unica essenza. È nata papera ed è diventata un simbolo: di semplicità, di abbraccio col mondo street. Ma è anche il segno di una donna, che negli anni ’80, si fa spazio attraverso un linguaggio che vedeva/vede più spesso il protagonista maschile. Pea Brain - cervello pisello / a stupid person, cosa rappresenta in realtà, per te Monica e anche per Claudio. Perché ha avuto così tanto successo?
Monica: Intanto il successo è dovuto perché ho coperto ogni strada di Bologna, ogni muro sulle linee dei treni e delle autostrade, e quando andavamo in trasferta a fare mostre sporcavamo massicciamente il paese o la città che ci ospitava, ci chiedevano spesso anche un "paesaggio" oltre il lavoro artistico accordato, vale dire grandi dipinti in bianco e nero sui muri. Come disegno Pea Brain nasce da disegni grafici semplici, una bambina che fa la pipì o gocciola di sangue mestruale, nel ghetto ebraico c'era testimonianza di lei, uno dei primissimi disegni che feci. Poi, come un demone, l'oca si è impossessata di me e senza ancora capire cosa fossero in realtà le tag, lei è stata la mia tag anche se non sono lettere. Il nome Pea Brain deriva da un testo che ho scritto sul mio lavoro nel quale mi firmai Cervellino, che venne tradotto anch'esso in inglese. Mi chiamavano così nella famiglia di Claudio, perché non capivano le mie logiche e non credevano a ciò che affermavo, ignorando ad esempio che le more sono anche bionde quelle di gelso, o che un uovo è costituito da una sola cellula. Pea Brain all'inizio era odiata non era amata, avevo ottenuto una pubblicità gratuita sul giornalino della città di quei tempi: Mongolfiera, nel quale erano segnalati tutti gli eventi e recensivano spettacoli e mostre. Nello spazio concessomi chiedevo alle persone di mandarmi i loro sogni in una cassetta postale, sperando di trovare delle coincidenze come incontri, partecipazioni nello stesso sogno, ricevetti solo grevi insulti. Poi, con gli anni, essendo la forzata compagnia di chi arrivava dal sud e dal nord in treno per studiare, di chi passeggiava per la città e la incontrava con i suoi messaggi ironici e poetici, è diventata sempre più amata. Credo che Pea Brain rappresenti quella forza femminile intrinseca in questa città, che dall'inizio sempre in tante occasioni abbiamo cercato di risvegliare, una forza che non vuole essere equiparata agli uomini di sesso maschile, perché è un'energia incommensurabile, e come l'acqua ama scorrere perpetuamente affiorando nelle anime. Pea Brain è libera, non vuole e non ha nessun ruolo politico o sociale, se non quello da sempre di abbracciare la città e ringraziare di esserci, perché i paesi erano poco liberi e qui, a Bologna, ho avuto la libertà di essere tutto quello che volevo essere. Un'altra probabile causa del suo successo è anche quello di fare senza il frutto dell'azione, di fare per fare, ogni volta che mi sono divertita spensieratamente ho ottenuto importanti risultati.
Claudio: Per la sua capacità di comunicare, per la sua identità forte, perché ti accompagna e ti molesta, e comunque si impone alla tua attenzione.
Avete lavorato molto nel corso della vostra carriera, avete sperimentato e utilizzato supporti e strumenti diversi, dalla pittura al digitale, alla street art ai materiali di recupero, dalle automobili alle bambole: questo spaziare e diversificare spesso la vostra cifra ha mai spaesato i vostri galleristi, collezionisti, il vostro pubblico, o è sempre stato il vostro punto di forza e peculiarità del vostro lavoro?
Claudio: Questo nostro essere debordanti ha spaventato in effetti gli operatori del settore, siamo un caso difficile da gestire. Anche per noi stessi.
Monica: Si all'inizio ci tacciavano di irriconoscibilità, ma per fortuna le generazioni dopo la nostra erano più simili a noi così che ci hanno maggiormente compreso e poi accettato. Essendo molto severi l'uno con l'altra, quando un'opera ci accordava eravamo irremovibili, gioiosi e convinti da sopportare a volte il dissenso di tutti. Arte è poesia qualsiasi tecnica o mezzo ci sia.
Parlando nello specifico di READY MADE, quel filo rosso che vi lega alla ricerca artistica di Duchamp, quando e perché decidete di utilizzarlo? Qual'é il vostro rapporto con gli oggetti che impiegate? Cosa tenete e cosa buttate, cosa c'è di trovato e cosa di cercato? Come prendono forma le vostre opere?Monica: Spesso sono gli oggetti stessi ad incontrare noi e a parlarci. Dare attenzione, caricare di storia e ammirazione rende le cose vive, animate, per procedere poi a creare le avventure. Non facciamo differenza su quello che troviamo o quello che commissioniamo o creiamo con le nostre mani, dipende di cosa hanno bisogno quelle scintille che si diffondono dal percepire.
Se si volesse visitare qualche vostra opera di street art in giro per Bologna, quale itinerario o punto da vedere assolutamente consigliereste? Avete qualche indicazione anche su come comprenderla e apprezzarla nel suo significato più intimo, radicato nelle persone tanto quanto nella città?Claudio: Sicuramente l’indignazione è il sentimento più appropriato.
Monica: Non è rimasto molto di nostro in città, in via Pier de' Crescenzi c'è un nostro dipinto nero piatto, in alto il cane dei "Mazzini Old bastards" la nostra crew, sotto due bombolette incrociate risalenti a una nostra grafica: "spaccare tutto". "Ai ragazzi del quartiere Porto" è scritto sotto, lasciando quei due metri dal marciapiede liberi. Questo perché noi amiamo molto i pezzi e i throw-up dei ragazzi, come sfide tra di loro, e a volte i lavori commissionati della street art rubano muri alle ricerche più indigene.
I muri, pagine bianche da rinverdire continuamente con nuove sfide e stili.
In un'intervista che vi fecero in occasione del manifesto che realizzaste per la Sala Borsa, in cui usaste come protagonista SCHIFIO, un altro dei vostri soggetti/personaggi che vi identificano, avete manifestato il vostro interesse, la vostra aspirazione, per il Museo di Storia Naturale di New York -nello specifico la casa gonfiabile delle farfalle- e per il Museo Egizio di Torino, mentre vi siete dichiarati non grandi frequentatori delle mostre contemporanee: perché questo e perché il legame o interesse con la natura o storia antica? C'è un modo in cui la vostra arte possa o ha potuto dialogare con opere, oggetti, animali e situazioni che appartengono alla storia e al passato?
Monica: Sì, ad esempio lo spirito di natura trovato nel museo di storia naturale dei nativi americani a New York, è stato magico. Quando siamo tornati a casa, nella seconda fabbrica occupata "Cime Tempestose", sul viale c'era a terra un disegno di un bambino molto simile allo spirito di natura fotografato a New York: “lo spirito della città” lo abbiamo chiamato. Di entrambi ho prodotto due stencil. Si chiama "Verso" il manifesto del compleanno della sala borsa, ha la testa di Schifio, ma il corpo è di Claudio mentre sta recitando il passo della danza sacra atlantidea VERSO, che significa andare verso un obbiettivo etico sociale importante con costanza e impegno.
Un altro dialogo è con le divinità egiziane, quando lavoro la creta non penso, le mani fanno, ritrovandomi spesso a modellare Bastet, Sekmet, ma anche sirene e miti del mondo fantastico così bene descritto da Aldrovandi; ritengo che i draghi e i mostri, ma anche gli unicorni e le fate, esistono davvero.
Come vi vede e vi vive il mondo dell’arte? Che rapporto avete con la vostra "notorietà"?
Monica: bèh, non siamo mica così noti!
Claudio: Alcuni scelgono uno dei nostri aspetti e si concentrano su quello. Per i più giovani tutta la nostra storia diventa invece un percorso da indagare. Il fatto di essere vecchi cambia il giudizio, c’è come un rispetto che un po’ mi imbarazza. Non so, non siamo così conosciuti, abbiamo altre aspettative di notorietà.
Qual è il vostro rapporto con gli altri artisti, critici e curatori? Quali sono state le esperienze e i progetti più belli che sono nati dai vostri rapporti e legami con queste figure? C'è qualcosa che vorreste realizzare e con chi nel futuro?
Monica: Le esperienze più belle sono state le mostre che abbiamo organizzato noi, dalla prima: "Traviata", in un' isola del Po nel 1987....; all'ultima: "Sante", al lago dei giardini Margherita per Art City di quest'anno. Poi mi viene in mente "l'incidente aereo" forse la più bella mostra che abbiamo composto, alla Galleria Civica di S.Sofia. Ecco, in questo caso eravamo quasi completamente soli, non piaceva, ma poi è stata nel tempo capita.
Claudio: Siamo contenti di incontrare sempre nuove generazioni di curatori e critici che ci cercano e ci danno la libertà di sperimentare e la freschezza di sguardi nuovi, si creano delle piccole comunità che possono aggregarsi in uno squat come in un progetto espositivo, ma che varcano il tempo. Vorremmo realizzare tante idee, ho un block notes pieno di desideri. In particolare c’è un progetto pruriginoso composto di amplificatori.
Dai vostri inizi negli anni Ottanta la “reputazione” della street art è cambiata molto a livello sociale e istituzionale: oggi si tratta di una disciplina riconosciuta dalla popolazione e dagli organi di controllo statale e cittadino. A proposito della sua istituzionalizzazione, credete ci siano ancora passi da fare per migliorarne la condizione o convive pacificamente con il resto dell’ambiente? Pensate che la regolamentazione della street art ne abbia aumentato il valore o la burocrazia ne abbia diluito il significato?
Monica: La seconda, non mi piace come si è proposta dall'inizio con un figurativo accattivante per far piacere al popolo e artisti pagati due soldi. Amo il writing, la sfida sulla strada, i grandi dipinti sulle pareti spesso mi disgustano.
Claudio: Bisognerebbe entrare più nello specifico. Anche negli 80 era riconosciuta, ma in maniera diversa. Il problema della street art non credo sia la burocrazia, piuttosto la noia.
Il modo di trovare ispirazione è totalmente personale, cambiando da artista ad artista ma anche nel tempo, seguendo forse una splendida illogicità poetica; nel vostro lavoro e nella vostra carriera, vi siete mai accorti di aver cambiato modus operandi nel corso del tempo oppure di essere dovuti scendere a compromessi tra di voi nella collaborazione? In linea generale, cercate prima un pensiero da realizzare o è libera sperimentazione che si rivela poi densa di significato?
Monica: Nella mia carriera ho sempre cambiato modus operandi, a volte torno su vecchie strade, ma non è la stessa cosa, è sempre diverso, c'è come uno sforzo, un capriccio per conoscere altro di me e della possibilità astrusa della forma d'arte. Da più piccoli eravamo più severi, se un progetto per uno dei due non aveva interesse o era ritenuto obsoleto o sbagliato, si tagliava. Con la maturità abbiamo deciso di tenere tutto ciò che veniva proposto come ricerca personale, è successo che solo dopo anni uno di noi ha capito un lavoro che essendo molto nuovo e fuori dalle logiche di prima non era stato accettato, è libera sperimentazione e ognuno di noi ha strade diverse che si incrociano, siamo una squadra e non solo due, perché abbiamo personalità diverse, ognuno di noi. C'è però sempre una linea conduttrice, che è quella di capire, riconoscere, tastare, abusare l'impossibile non per lo straordinario ma proprio perché ogni ordinario è straordinario. Che ci accomuna è un'etica che abbiamo assoldato nel tempo e un rispetto per quello che ancora non si comprende.
Claudio: Nel tempo il modus operandi cambia. Desidero tantissimo di lavorare, come un bambino capriccioso. Faccio una piccola parte di quello che vorrei fare, e c’è una tale urgenza che bado poco ai compromessi. Monica è così esplosiva che a volte lavorare con lei è come fare sci nautico, attaccato a un motoscafo. Ci piace anche aprirci a collaborazioni con altri artisti, come per la sindrome di Stendhal con Maurizio Mercuri. Oppure adesso che mi sono fissato che voglio suonare collaboriamo con ICO, abbiamo una band noise che fa jazz contronatura.
Come lavorano insieme Monica e Claudio? Se non foste artisti, cosa sareste? Non parlo di un vero e proprio piano b, ma un ipotetico e sognatore lavoro che pensiate possa fare al caso vostro, guardando alle vostre personalità e caratteri.
Monica: Vorrei da tanto fare la regista, chissà se ci arriverò, raccontare con le immagini e le parole e la musica, un cinema, teatro. Credo che se non fossi stata a vivere con Claudio avrei studiato recitazione.
Claudio: Ci immaginiamo come i down che lavano i piatti ne “Il Regno” di Lars Von Trier.
Guardando alla vostra carriera e persona, c'è qualcosa senza la quale non sareste quelli che siete oggi? Sia tra le vostre caratteristiche come artisti che, magari, tra mosse fortunate o “errori positivi” che hanno guidato la vostra carriera fino a ciò che siete diventati oggi.
Monica: Senza la povertà probabilmente sarei molto diversa.
Claudio: quell’isolamento a cui facevo riferimento prima, ci ha reso complici in un universo da esplorare. A volte mi sento come se fossimo gli ultimi sopravvissuti di un popolo, rimaniamo solo noi a parlare la nostra lingua.
Se non foste artisti visivi, cosa sareste? Non parlo di un vero e proprio piano b, ma un ipotetico e sognato lavoro che pensiate avesse potuto (o possa ancora) fare al caso vostro, guardando alle vostre personalità e caratteri, insieme o individualmente.
Claudio: Senza dubbio artisti uditivi.
Monica: Come dicevo prima la regista. Però anche solo cantare, che pace, la propria voce e la poesia.
Verrebbe da dire dopo aver letto le loro risposte, che Cuoghi e Corsello abbiano fatto uscire più il loro lato personale rispetto a quello professionale, ma se ci ragiono bene una tale distinzione per loro non sembra esistere; l’arte è loro e loro sono l’arte, la loro creatività è la loro vita e viceversa. Cuoghi con un fare più espansivo e sognante, mentre Corsello con un accento più secco e concreto, sono l’incastro giusto per un lavoro e una vita equilibrata, funzionante, bilanciata. Due persone genuinamente artistiche, fuori dalle dinamiche di mercato, effettivamente due outsider difficili da inquadrare ma proprio per questo inequiparabili e forse, insostituibili. Il loro è un modo di vivere che a seguito di queste caratteristiche per molti di noi potrebbe risultare difficile da sostenere per infiniti motivi, ma è un bene che ci siano persone che, in una creatività illimitata, vedano solo opportunità e pochi compromessi, che anche se fossero diventerebbero parte del processo, in una devozione totale all’arte in modo positivamente ingenuo, divertente e divertita.
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