Giuliano Vangi. Colloquio con l'antico. Pisano, Donatello, Michelangelo

di Anna Rubbini


Il 30 giugno è stata presentata al Mart di Rovereto una grande mostra dedicata a Giuliano Vangi per celebrare i suoi novant’anni.

Nata da un’idea del Presidente Vittorio Sgarbi, la mostra che si intitola “Giuliano Vangi. Colloquio con l'antico. Pisano, Donatello, Michelangelo” a cura di Massimo Bertozzi e Daniela Ferrari, si inserisce nel solco che caratterizza l’approccio espositivo del Mart, ovvero la continuità e le analogie tra arte antica e contemporanea, evidenziando parallelismi e richiami, sollecitazioni ed energie del passato che sviluppano e potenziano il pensiero degli artisti di tutti i tempi.l 30 giugno è stata presentata al Mart di Rovereto una grande mostra dedicata a Giuliano Vangi per celebrare i suoi novant’anni.

Nata da un’idea del Presidente Vittorio Sgarbi, la mostra che si intitola “Giuliano Vangi. Colloquio con l'antico. Pisano, Donatello, Michelangelo” a cura di Massimo Bertozzi e Daniela Ferrari, si inserisce nel solco che caratterizza l’approccio espositivo del Mart, ovvero la continuità e le analogie tra arte antica e contemporanea, evidenziando parallelismi e richiami, sollecitazioni ed energie del passato che sviluppano e potenziano il pensiero degli artisti di tutti i tempi.

Citando le parole il suo ideatore:


“Una mostra che mette a nudo l’artista e ne rivela le origini e i temi di riflessione, in una storia che continua. Una autobiografia in scultura. Non ci sono antico e moderno, presente e passato.(…) Non è continuità, è contemporaneità. Vangi respira, ansima con Michelangelo. Il linguaggio è lo stesso, e non c’è distanza nè filtro del tempo. Vittorio Sgarbi


Un evento voluto principalmente come pretesto per la presentazione di un documentario sull’artista realizzato negli ultimi mesi, attraverso una inedita raccolta di interviste oltre che allo stesso Vangi, all’amico e archistar Mario Botta, a Vittorio Sgarbi, a Nicola Loi dello Studio Copernico, e a Koko Okano, direttrice del Museo Vangi di Mishima.


Photo: courtesy, ufficio stampa Mart

La Mostra che ha inaugurato il 1 luglio resterà aperta sino a domenica 9 ottobre 2022 ed è corredata da catalogo edito da 24 ORE Cultura.

Una raccolta di circa cinquanta sculture e una ventina di disegni, di cui uno straordinario di 36 metri, realizzato appositamente per questa mostra, accolgono il pubblico invitandolo già dall’esterno del museo: l’esposizione comincia, infatti, con alcune sculture collocate nella piazza antistante e si sviluppa nelle gallerie del secondo piano, sale ripensate per l’occasione proprio da chi, vent’anni fa, le ha progettate: l’architetto Mario Botta, grande amico ed estimatore di Vangi.

Il percorso espositivo è accuratamente studiato, gli spazi interni iniziano accogliendo il passaggio dello spettatore invitandolo a soffermarsi per apprezzare, in un perfetto riferimento tridimensionale da parete a scultura, gli enormi disegni di Vangi illustratore. Modelli preparatori forse, ma comunque opere immense e a sé stanti. Figurazioni affascinanti ed alcune realmente anticipatorie delle sculture, che risultano visivamente più inquietanti, esasperando la fisionomia umana attraverso l’esagerazione del movimento e l’espressione trasfigurata dei volti.

Innegabile che la prima impressione possa essere turpe, ma allo stesso modo potente; il percorso invita a proseguire, a scoprire la capacità dell’artista di coinvolgere ed approfondire, scultura dopo scultura, disegno dopo disegno, teca dopo teca, la ricerca di assonanze, di riferimenti e di interiorizzazioni dei miti scultorei del passato, arrivando passo dopo passo a conseguire lo stesso sentimento, michelangiolescamente a rievocare le stesse energie attraverso un lessico emozionale assimilabile, che supera distanze temporali e realizzative.

Nella sede del Mart l’opera di Vangi si trova disinvoltamente a dialogare sia con l’architettura contemporanea del Museo, contenitore artistico d’eccellenza progettato dall’amico Botta, sia con alcuni artisti gotici e rinascimentali, scelti per il confronto della sua produzione artistica con l’arte antica: oltre ai citati Giovanni Pisano, Donatello e Michelangelo Buonarroti, anche Jacopo della Quercia, Tino di Camaino, Agostino di Giovanni, Francesco di Valdambrino.

Dei primi tre, ben dodici le opere in mostra, tra cui tre disegni di Michelangelo provenienti da Casa Buonarroti, il Busto di Niccolò da Uzzano di Donatello, appartenente alle raccolte del Bargello, e un Crocifisso di inizio Trecento di Giovanni Pisano, dalla Chiesa di Sant’Andrea di Pistoia.

La storia dell’artista è ricca di richiami all’arte e alla scultura rinascimentale, in particolare di matrice toscana, di cui e fa tesoro riproponendone i tratti caratteristici con acume e immaginazione, con un materialità classica recuperata nella scultura con rinnovata plasticità, associata ad una sintesi stilistica che lo contraddistingue. Vangi si esprime con un linguaggio rinnovato ed essenziale, affrancato dal passato, solenne e emancipato rispetto ai suoi contemporanei.

Il suo approccio scultoreo è virtuoso nella ricerca dei materiali: le opere policrome, d’ispirazione nell’arte più antica; o quelle realizzate con molteplicità di materiali, con un approccio figurativo contemporaneo estremizzato e nell’utilizzo di occhi di vetro e denti di porcellana, conferiscono alle sue sculture una particolare forza espressiva che rasenta il terrore e l’orrido.

Vangi dimostra una capacità del tutto singolare di rappresentare il disagio esistenziale della condizione umana ed allo stesso tempo il tentativo individuale di resistergli. L’apprensione per il destino del mondo dovuto ai cambiamenti climatici e alle disastrose calamità naturali, frutto dell’azione e dello sfruttamento scellerato del pianeta, vengono tradotti nell’estremizzazione della rappresentazione plastica dei corpi, determinando profonda angoscia e turbamento riversati sullo spettatore.

La sua personale passione, viene espressa altresì come devozione e rispetto reverenziale per l’esistenza umana, ciò che egli considera di più sacro.

L’ apprensione per il destino inesorabile dell’uomo si traduce per l’artista nell’originale ed estrema fisicità dei corpi, attribuendogli una connotazione spirituale, una solennità esistenziale, che produce come risultato quello di rendere venerabile ed eterna l’opera d’arte.


9 luglio 2022, Anna Rubbini