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“Cosa sarà” Arte Fiera 2026

  • 9 feb
  • Tempo di lettura: 4 min










di Anna Rubbini




Arte Fiera 2026, la quarantanovesima della sua storia, ha mostrato nel complesso un mercato dinamico, capace di registrare vendite significative già nei momenti inaugurali. Un andamento che non si è esaurito nell’entusiasmo dell’apertura, ma che si è rafforzato nei giorni successivi, confermando la solidità della manifestazione e la fiducia di galleristi e collezionisti. Un segnale importante in un contesto internazionale in cui il sistema delle fiere vive una fase di ridefinizione, tra saturazione del calendario globale, contrazione di alcune piazze storiche e crescente selettività dei collezionisti.

Alla chiusura sono state toccate le 50.000 presenze: un dato che, ancora una volta, testimonia l'attenzione che lega il pubblico alla più longeva fiera italiana. Un legame che non è solo numerico, ma profondamente identitario. Arte Fiera è Bologna, e Bologna è Arte Fiera: accogliente, accessibile, curiosa, capace di tenere insieme rigore e convivialità.

Un legame particolare che continua a distinguere Arte Fiera dalle grandi fiere globalizzate, spesso percepite come piattaforme neutre, intercambiabili, prettamente merceologiche, prive di una vera identità territoriale. Bologna, al contrario, resta parte integrante del racconto. Una fiera ospitale e socievole, come la città che la ospita, capace di coniugare dimensione professionale e partecipazione diffusa.

Tutta la stampa, generalista e di settore, ma anche radio e televisioni, hanno dedicato ampi approfondimenti alla manifestazione e ai suoi progetti speciali, accompagnando l’attesa e raccontandone sviluppi e visioni. Parallelamente, la dimensione digitale ha amplificato questa narrazione: i contenuti social non si sono limitati a documentare stand e opere, ma hanno abbracciato la città, i suoi luoghi, le sue atmosfere, dando un report a tutto tondo di cosa significhi il periodo della fiera per Bologna. Un impegno che si è tradotto in una forte crescita dell’attenzione online, sia in termini di follower sia di engagement, ampliando ulteriormente la grande comunità che ruota intorno a questa Fiera.

Arte Fiera 2026 ha segnato anche un passaggio cruciale: l’inaugurazione della direzione artistica di Davide Ferri – affiancato da Enea Righi come direttore operativo – e l’avvio di quello che vorrebbe essere un nuovo percorso orientato al futuro della fiera e, più in generale, del formato fieristico stesso. Il titolo scelto, Cosa sarà, sintetizza questa tensione progettuale. Il ricorso alla citazione di una famosa canzone di Lucio Dalla, un simbolo della città per il panorama musicale internazionale non prefigura uno slogan, ma una domanda aperta, quasi una dichiarazione d’intenti: interrogarsi sul senso contemporaneo della fiera, riaffermandone il ruolo di principale piattaforma di riferimento per le gallerie italiane e per l’arte del XX e XXI secolo. Un obiettivo che, per i curatori. alla luce dei risultati, si può dire significativamente raggiunto.

Interrogarsi sul senso contemporaneo della fiera significa confrontarsi con un modello che, negli ultimi vent’anni, ha conosciuto un’espansione vertiginosa, fino a diventare il principale dispositivo di visibilità e scambio del sistema dell’arte.

Questa edizione vuol rappresentare lo <switch on>  di un nuovo capitolo: un’apertura verso ciò che Arte Fiera potrebbe diventare, a partire da una manifestazione già in ottima salute, animata da una attrazione e da un un rapporto profondamente condivisi da galleristi, artisti, addetti ai lavori e pubblico. È il risultato di un lavoro che ha consolidato la crescita della fiera e definito una visione rinnovata, orientata al mercato ma anche al futuro. I risultati confermano la validità di scelte strategiche tese al rafforzamento della filiera dell’arte contemporanea: dall’apertura a nuovi pubblici e a una nuova generazione di collezionisti, al sostegno al ricambio imprenditoriale delle gallerie, dove padri e figli sono presenti in stand con la stessa forte determinazione nello sforzo d’impresa, identitario e di mercato.



Eppure, a mio parere, in un contesto così denso di premi e riconoscimenti, può accadere che nessuna delle opere premiate riesca davvero a conquistare lo sguardo.

I padiglioni 25e 26 sono sicuramente meglio organizzati rispetto agli anni scorsi, eppure le main section non sono così nettamente suddivise, nonostante le indicazioni che vorrebbero nel 26 le gallerie con taglio più stotico, che personalmente definisco moderno; e il 25 le gallerie più legate al presente, impegnate a presentare le tendenze contemporaneo, di cui non ho avvisato nessuna particolare intuizione.

A restare impresso, più che un oggetto, è forse un titolo: Il giorno della fine non ti servirà l’inglese (2025) di Alek O., presentato dalla galleria Martina Simeti di Milano. Un titolo preso da un’altra canzone, stavolta  di Franco Battiato, che è già racconto, già visione. Nella concezione dell’artista, nell’ultimo giorno la lucida consapevolezza che alcuni degli oggetti che hanno pazientemente popolato le nostre vite probabilmente ci sopravviveranno. Oggetti incidentali, esposti alle esistenze di più persone, progettati per durare, capaci di accumulare una memoria collettiva latente e, proprio per questo, come spesso accade, difficili da eliminare per affetto e per appartenenza. Nonostante l’apparenza piuttosto banale dell’installazione, in questa riflessione sugli oggetti e sul tempo si specchia, in fondo, anche la natura di una fiera storica: attraversata da generazioni, carica di memorie, eppure sempre chiamata a rinnovarsi.

Non a caso, questa edizione è sembrata contrassegnata da un sottofondo di citazioni musicali, quasi a suggerire che l’arte, come la musica, intercetti desideri e inquietudini profonde.

Cosa sarà?Che ti fa comprare di tuttoAnche se è di niente che hai bisognoCosa sarà?Che ti strappa dal sognoOh cosa sarà?Che ti fa uscire di tasca dei “no, non ci sto”Ti getta nel mare, ti viene a salvareOh cosa sarà?Che dobbiamo cercareChe dobbiamo cercare…

La domanda della canzone resta sospesa, favorevole, produttiva e necessaria. Forse è proprio questo il senso di un’edizione così riuscita, almeno nei numeri: non offrire risposte definitive, ma creare le condizioni per continuare a cercare, per tentare di emozionare e coinvolgere anche in un momento storico così sfuggente, veloce e indifferente, ma che l’arte ora e sempre, ha cercato di interpretare e rendere migliore.

Questo potrebbe essere l’inizio, di buon auspicio, per un nuovo anno di Arte e di Cultura, da attraversare con curiosità e consapevolezza, aspettando il 50° di Arte Fiera nel 2027.




10 febbraio 2026, Anna Rubbini














 






 





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