A spasso con Bob, di James Bowen - Recensione

di Anna Rubbini


Mi sono riservata per questo periodo di agosto, dove tutto è chiuso e tutti sembrano fuggiti su un altro pianeta, per liberare la mente e finalmente, dopo l’inverno a scrivere, per leggere. Non che non lo faccia altrimenti, ma leggere un libro per le ferie è come un rituale wellness, stacca la mente da pensieri e incombenze, e permette finalmente di non pensare a nulla o almeno, di pensare soltanto a ciò che stai leggendo.

Ho scelto di raccontare la lettura di un libro ispirata ad un film visto in tv a dicembre scorso, mentre logoravo molto lentamente il covid.

< A Spasso con Bob > è la storia, ispirata alla realtà, che ha come protagonisti un giovane tossicodipendente in via di guarigione in una Londra che mostra le parti più cupe della città, ed un gatto malconcio.

Non sono novità le pellicole ed i testi ispirati agli animali, ma spesso sono destinate a bambini ed adolescenti; in questo caso è sì un film per famiglie ma con un risvolto per così dire “adulto”, di riscatto umano attraverso il mutuo sostegno di un felino, un micio randagio già cresciuto che sceglie un partner di vita malridotto almeno quanto lui.

Se il film ha lasciato in me la curiosità di leggere il libro che lo ha ispirato, probabilmente è perché ho visto subito qualcosa che andava ben al di là del banale racconto di una vicenda scontata dall’esito fortunato e divertente.

Il travaglio del protagonista ed autore stesso del libro, lascia percepire un passato molto plausibile e alquanto tormentato, un trascorso per me toccante quanto ispiratore di un’insolita empatia verso sofferenze sconosciute ed esperienze di vita estranee. Fortunatamente, ognuno di noi reagisce in maniera differente e la maggior parte delle volte distaccata rispetto a situazioni personali difficili, ad un vissuto sfavorevole e o critico per la propria maturazione, e questa storia è una di quelle che ha una giusta riuscita.

E’ la volontà di farcela e di riscatto del giovane James da un percorso di degrado, demotivante e avulso da ogni valore comunemente accettato dalla società, che rende legittimo il finale, proprio perché viene intrapreso in modo definitivo e autentico solo dopo l’incontro di Bob: già il nome prescelto e ispirato da un personaggio della saga di Twin Peaks, rimarca le affinità generazionali del protagonista, giovane emarginato musicista di strada che sceglie di vivere in una Londra caotica e sino ad allora a lui indifferente.

L’incontro con il gatto sembra predestinato, un reciproco scegliersi di due anime eccezionali per avversità della vita, che si sostengono in un mutuo aiuto scegliendo la salvezza dal destino ostile.

La trama avvince per empatia e umanità, per il voler riconoscere che non tutto il male viene per nuocere e che, anche se la vita può sembrare complicata, appare insormontabile solo se la si vuole rendere tale; James grazie all’aiuto di Bob riesce a non “piangersi addosso”, a trovare uno scopo. Un altro esserino a cui pensare, quasi come un figlio, lo porta oltre a sé stesso e al suo travaglio interiore, rendendo la tossicodipendenza un peso, un impedimento ad una lucida, vigile e concreta difesa di una vita altrui; diventa, perciò, un dovere liberarsene per rivolgere tutta l’ attenzione a ciò che è diventato il suo scopo più importante.

La gratitudine e l’affetto verso il gatto che ha reso James una persona, prima di allora solo tra gli invisibili, attirando amicizie e attenzioni tanto desiderate, svelano il retroscena familiare di questo ragazzo allo sbando in una città sua solo d’origine, essendo stato sbalzato tra vecchio continente, UK e Australia da vite separate di genitori divorziati e troppo concentrati a rifarsi la propria esistenza.

La scelta di fare il musicista a Londra e tentare il successo tramonta inesorabilmente per mancanza di un progetto concreto e di appoggi in mondo competitivo e sconosciuto, che lo porta presto alla rovina e all’ emarginazione. Le offerte di aiuto sono inutili se rivolte a chi è privo di ideali e autostima.

Sarà il suo nuovo amico gatto, una “palla di pelo rossiccia” accovacciata sulla sua soglia, che permetterà a James di ritrovare la lucidità ma anche la consapevolezza, di maturare la volontà di ricostruire rapporti incompresi e respinti con i propri genitori, in particolare con sua madre: un affetto riscoperto, amorevole e preoccupato per il suo allontanamento, che renderà plausibile e costruttivo il suo affetto, assecondando la volontà di vivere in contatto ma lontani.

E’ ancora una volta Bob a richiamare James a sé, per mutua necessità di vita nella speranza di ritrovare stabilità, Bob che viene paragonato ad un figlio probabilmente desiderato, che lo riporta ad una realtà dura, in salita, che vale la pena di percorrere per redenzione e amore infinito.

La cosa magica di questa storia è che si è arrivati ​​ad un esito affettivo concreto, che è una descrizione reale che suscita speranza, amicizia, vicinanza e miracolosa giustizia.

Ho sentito di dover leggere il libro perché la trasposizione cinematografica di una racconto vero rende spesso alterata la trama per ricchezza di effetti filmici.

In parte è così, anche se l’interpretazione di James è davvero toccante da parte del bravissimo interprete inglese Luke Treadaway. Per non parlare della capacità auto interpretativa di Bob, il gatto che chiunque vorrebbe avere.

Ma il libro andava letto per cogliere le sfumature intimiste, il travaglio emotivo e il pregevole desiderio di riscatto che si cela nella vita di questo ragazzo, ma che può nascondersi plausibilmente in ogni sbandato che si incontra per strada e che spesso a noi risulta, come James prima di Bob, invisibile e ripugnante.


23 agosto 2022, Anna Rubbini