Kevin Francis Gray al Museo Stefano Bardini di Firenze

Guardando la scultura di Kevin Francis Gray che appare fotografata nel manifesto dell’attuale mostra allestita al Museo Stefano Bardini, inaugurata il 2 giugno ed aperta sino al 21 dicembre di quest’anno, mi è tornato in mente un altro scultore che ho scoperto e recensito qualche anno fa vedendo le sue opere a Arte Fiera Bologna del 2015 esposte nello stand della Galleria Eduardo Secci Contemporary, mi riferisco a Richard Dupont. Entrambi anglosassoni, Dupont americano, Gray irlandese, quasi coetanei, non casualmente rappresentati dalla stessa galleria italiana che rimane coerente nello stile originale e raffinato delle sue scelte artistiche.

I due scultori hanno in comune l’indagine della figura umana sino alla sua plastica modificazione, seguendo però due linee di ricerca difformi sebbene il risultato sia stilisticamente comparabile.

Le opere di Deaton si caratterizzano per il gigantismo surrealista e deforme.

Partendo da un modello autoreferenziale, il suo corpo, e dall’uso di tradizionali procedimenti scultorei su calco, associandoli poi alla manipolazione dell’immagine secondo la tecnica in 3d e all’uso di prodotti sintetici nella produzione dell’opera, i suoi lavori e la tecnologia che utilizza sono più vicini alla contemporaneità delle creazioni artistiche, che sperimentano l’impiego della plastica, delle gomme e delle resine.

Gray invece tiene in maggiore considerazione l’eredità della tradizione scultorea rappresentata da Michelangelo, Canova e Roden, prediligendo l’uso di materiali pregiati del luogo dove spesso lavora, Pietrasanta, a due passi dalle cave di marmo a Carrara. Prendendo ispirazione dal pensiero della scultrice Barbara Hepworth, contemporanea di Henry Moore, artista che sosteneva in un suo celebre testo autobiografico : "un'osservazione casuale [...] che il marmo cambia colore sotto le mani di diverse persone mi ha fatto immediatamente decidere che non era il dominio che si doveva ottenere sul materiale, ma una comprensione, quasi una sorta di persuasione, e soprattutto un maggiore coordinamento tra testa e mano". Barbara Hepworth, : A Pictorial Autobiography. Tate Publishing; anche Gray sofferma l’attenzione alle infinite sfaccettature del marmo e del bronzo, suoi materiali privilegiati.

La scomposizione della figura di Kevin Francis Gray, personalmente mi ricorda un altro scultore italiano che visse a cavallo tra ‘800 e ‘900 e che fu un insofferente rispetto ai canoni estetici della scultura dei suoi tempi, Medardo Rosso: di lui mi ricorda la vocazione impressionista, tant’è che il suo maggiore estimatore e critico Ardengo Soffici lo citò sostenendo che fosse lo scultore che più di Donatello riuscì a cogliere la traccia di eterna primavera nei tratti delle sue famose teste di bambini.

Anche nelle opere di Gray, come in quelle di Rosso, trapela l’interesse oltre la materia, l’intenzione piuttosto a farcela dimenticare attraverso forme scomposte, dilatate, senza definire precisamente i loro confini nello spazio che le accoglie; opere diffuse e protese in modo quasi trascendente oltre i contorni figurativi, alla ricerca di una perfezione corporea irrealizzabile nella realtà.

Mirabili opere che esprimono tensione tra reale e immaginario, ponendo allo spettatore un interrogativo sulle comuni definizioni di tradizione e innovazione. L’utilizzo dell’artista di materiali consueti, dunque, non è banalmente convenzionale: la predilezione dei marmi toscani, valutati nel loro potenziale virtuoso e versatile, esprimono una vocazione dell’artista al realismo e alla cura del dettaglio che, dal punto di riferimento preciso alla materia, la plasmano ricercando di superarne il limite, varcando i significati conosciuti di tradizione e innovazione ed offrendone una ridefinizione in chiave contemporanea .

Per la prima volta Gray espone in un territorio prediletto per il legame con i grandi scultori del passato, in cui da tempo ha stabilito la sua sede di lavoro in collaborazione con i più famosi studi di lavorazione dei marmi, come già citato, a Pietrasanta. Le dieci nuove opere presentate in questa mostra sono realizzate in diversi tipi di marmo statuario, di Carrara, bardiglio e marquina, nonché un’unica opera realizzata invece in bronzo. Oltre all’uso di materiali tradizionali, il passato riaffiora nelle figure e nelle loro pose classiche, supine e leggiadre, dall’atteggiamento romanticamente fugace; oppure velate, come nelle mirabili statue neoclassiche, avvolte nell’attimo atemporale e fatato della meraviglia e della seduzione.

Un’artista che apprezzeremo sicuramente per la sua contemporaneità, mirabilmente resa nella distorsione dei corpi e nella trasfigurazione dei tratti somatici, e non di meno l’italianità della sua arte, che rifacendosi ai nostri prestigiosi maestri rinascimentali, rendono internazionale il suo lavoro e la nostra cultura artistica.


28 Luglio 2020

Figura supina, Kevin Francis Gray courtesy Museo Stefano Bardini