Biennali, triennali e quadriennali – incontri artistici che sono diventati un appuntamento

A partire dalla Biennale di Venezia, dei suoi eventi collaterali e delle sue varie discipline, è sempre più ampio il panorama delle Biennali che nascono e prendono forza nel mondo. Sulla scia quindi di un progetto che vive da più di cent’anni, proprio come quello di Venezia, analizzeremo gli incontri artistici più particolari ed interessanti.

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Riflessioni dai giorni di Arte Fiera a Bologna 2016

di Carmen Lorenzetti

Per quanto Arte Fiera e i suoi eventi collaterali sia stata dibattuta, lodata o criticata, ha comunque generato degli spunti di riflessioni. E questo è comunque un fatto positivo. Mi soffermerei su alcuni esempi di collaterali. Il progetto ON 2016 (www.onpublic.it), sostenuto da fuNDERS35 in collaborazione con il Comune di Bologna e curato da Martina Angelotti, quest’anno è intitolato Dopo, domani e pone come traccia il futuro. L’intervento Quattro atti sul lavoro di Adelita Husni Bey si focalizzava sul problema del lavoro oggi e nel 2040. Si trattava, nello step 1, di quattro conferenze (che l’artista chiama drammaturgicamente “atti”) effettuate da quattro studiosi del lavoro di diverse discipline (filosofia, sociologia economica e del lavoro, studi sulla condizione lavorativa delle donne e sui processi di trasformazione del lavoro, diritto del lavoro), che venivano fatte in contemporanea da 4 tavoli rotondi con i visitatori ordinatamente seduti attorno, mentre nello step 2 i partecipanti potevano riempire un questionario diviso in quattro atti, dove avrebbero descritto la loro attuale condizione lavorativa e quella di un immaginario 2040. L’evento si è svolto nel luogo per eccellenza della gestione storica del potere spirituale e temporale bolognese: la Cappella Farnese ossia la Cappella del Cardinal Legato in Palazzo d’Accursio, oggi utilizzata per concerti e conferenze. Il lavoro magistralmente orchestrato veniva però a mio parere in parte inficiato dal brusio che regnava durante le conferenze, difficilmente ascoltabili. Era una comunicazione che arrivava a metà, cioè nel momento della compilazione del questionario. Vale la pena rilevare però che sono stati compilati nei due giorni dell’attività dell’evento un centinaio di questionari. Un dato su cui converrebbe riflettere nel momento in cui incaselliamo questa operazione eventualmente nell’ambito dell’Arte Pubblica. L’altro lavoro per ON è di Ludovica Carbotta. Durante la serata dell’inaugurazione gli spettatori hanno vissuto un momento d’incantamento: dotati di cuffiette audio venivano invitati a guardare due fantasmiche apparizioni scultoree da un lato e l’altro del parco del Cavaticcio, ascoltavano una voce carezzevole quanto spiazzante da pubblicità dell’IKEA che  li invitava a fare parte del mondo di Monòwe (l’accento è mio), il titolo sembra richiamare quello della principessa di un manga giapponese, in realtà implica una relazione in cui il noi “we” diventa esclusivamente un rapporto solipsistico “mono”. E’ una proiezione nel futuro di un mondo (in realtà molto attuale) in cui la società si è completamente disgregata e ciascuno abita una propria porzione di spazio aereo “urbano”. Il giorno dopo tuttavia la magia sparisce: gli spaesati visitatori possono vedere i due tentativi monchi di costruzione coperti in modo approssimativo da teloni bianchi termici senza neanche un’indicazione in loco sul progetto audio. A mio parere  diversamente centrato rispetto alla finalità comunicativa e inter-relazionale dell’Arte Partecipata e Pubblica è il progetto durato dieci anni Cuore di Pietra di Mili Romano (proiezione del film 19/2/2016, h.16.00 Arti Visive, Santa Cristina, Bologna). L’artista e antropologa si è innestata in modo non invasivo nel territorio di Pianoro, ha cercato di fondare un nuovo modo di convivenza tra arte e cittadinanza attraverso la discussione delle/nelle realtà del luogo, in tutte i suoi possibili aspetti: sociali, urbanistici, lavorativi, attraverso anche interventi di una rete di artisti che hanno operato anche con interventi produttivi, contribuendo a consolidare il concetto di luogo e di appartenenza in senso aperto e critico. Inoltre l’artista ha anche fatto un’operazione pedagogica importante in quanto ha portato sul territorio a fare esperienza i suoi studenti dell’Accademia di Bologna, che hanno lavorato al fianco di artisti e di cittadini. Questa polivalenza, crescita lenta e ponderata, scambio di saperi, di pratiche e di storie scardina le logiche del discorso di potere, si pone come contro-potere, innanzitutto perché parte  dal basso ed è antigerarchico e poi perché è l’esempio vivente di una logica altra rispetto alla quale siamo imbevuti: la velocità e la fretta, che spodesta noi tutti dal nostro essere. Il progetto è testimoniato da 3 quaderni, da un album di figurine e da un film-documentario, proiettato qualche volta in questi giorni  registrando sempre il tutto esaurito! E ancora, una mostra che sollecita il piacere dei sensi è Terra provocata a cura di Matteo Zauli e Guido Molinari alla Fondazione del Monte e al Museo Civico Medievale (fino al 20/3/2016): vi sono tra i nomi più prestigiosi del panorama nazionale e internazionale che hanno utilizzato anche la ceramica, dimostrando versatilità espressiva e capacità di trasfigurare il materiale. I richiami possono essere molteplici, mi diverte tuttavia porre in evidenza la relazione, probabilmente neanche cercata dall’artista, della metamorfosi dell’umile stuzzicadenti in prezioso oggetto in ceramica, in opera d’arte, di Sislej Xhafa con l’oggetto in metallo nobile di identico uso che pende dalla catena d’oro del   Ritratto di Lucina Brembati di Lorenzo Lotto (Accademia Carrara di Bergamo). Uno status symbol allora come ora! La mostra più coerente invece che ho avuto occasione di visitare è The Camera’s blind spot III LA CAMERA Sulla materialità della fotografia a cura di Simone Menegoi a Palazzo de’ Toschi (fino al 28/2/2016), la terza che il  curatore dedica all’approfondimento del concetto attuale della fotografia, ha contato nei primi tre giorni più di 4000 presenze). Gli artisti proposti lavorano tutti sulla specificità del mezzo fotografico, sulla ricerca squisitamente linguistica, declinandone le molteplici possibilità con un fare fabbrile e sperimentale che ricorda gli artisti del Rinascimento: più di uno ad esempio costruisce da sé la propria macchina fotografica e utilizza un procedimento complesso che spesso richiama gli albori ottocenteschi della fotografia o le sperimentazioni delle avanguardie. Penso che Rosalind Krauss apprezzerebbe questa prospettiva di ricerca che riguarda artisti che, utilizzando media obsoloscenti, offrono nuove prospettive e possibilità all’uso contemporaneo della fotografia, opponendosi sistematicamente al format multimediale dell’immagine digitale odierna che richiede l’utilizzo degli “ultimi” software e porta con sé ovviamente una struttura formale ripetitiva e banale dell’immagine stessa. Due ultime riflessioni che riguardano esperimenti che si innestano in modo critico e propositivo nel tessuto della città. Fabio Farnè ha aperto Localedue come luogo alternativo, spazio di libertà e possibile autogestione dei giovani. Ha la struttura di una piccola galleria, ma è un’associazione e quindi non è legato alle logiche di mercato. Per questo, grazie al progetto MINIPIMER del giovane curatore Gabriele Tosi, si è riuscito a innestare anche come tempo alternativo rispetto a quello della Fiera, proponendo un evento (scatola di microeventi) non-stop di 72 ore. Penso che tutti gli interventi meriterebbero almeno un pensiero. Vorrei ricordare però almeno due performance: T-Yong Chung ha fatto una verticale a corpo libero, fotografato in quella sfuggente frazione di tempo con una macchina polaroid. La delicatezza di questo gesto mi ricorda lo Zen e le riflessioni sul tempo, che sono centrali nell’artista. L’atto di pulire da cima a fondo la galleria per un’ora per tre giorni del giovane artista Mattia Pajè può, anzi deve, ricordare a noi tutti l’atto dell’appassionata ricerca di una definizione di arte, o quantomeno una traccia perseguibile nel magma odierno scremando il più possibile. C’è stata anche una connessione in rete con l’India dove si trovava l’artista nomade Federico Carpani che presentava la sua ricerca fotografica sui morti dell’India, circondati di fiori…….. Un altro nodo di sperimentazione è costituito dai borsisti del Collegio Venturoli che, quest’anno, sollecitati dal curatore Massimo Marchetti hanno riflettuto sulla loro relazione con il luogo che li ospita, decidendo di fare il contrario rispetto alle consuetudini verso la presentazione di un luogo, che è quello di mostrarlo. Barbara Baroncini ha pensato invece di porre il gruppo (Simona Paladino, Irene Fenara, Davide Trabucco) nella condizione opposta, celando gli spazi più connotati storicamente/decorativamente del Collegio. Trovo che dal punto di vista concettuale sia una operazione contro-corrente e che guadagni di valore soprattutto in quanto fatta in concomitanza con la kermesse di Arte Fiera, dove tutto viene mostrato in funzione della vendita e della promozione. A volte mettere/rsi in mostra non è necessario, a volte la comunicazione può essere silenziata, a volte si può addirittura accecare (mi è piaciuto soprattutto questo passaggio con l’uso del neon) per non mostrare e indurre invece ad uno sguardo interno, la mostra in effetti si intitola Il silenzio dopo….

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