Biennali, triennali e quadriennali – incontri artistici che sono diventati un appuntamento

A partire dalla Biennale di Venezia, dei suoi eventi collaterali e delle sue varie discipline, è sempre più ampio il panorama delle Biennali che nascono e prendono forza nel mondo. Sulla scia quindi di un progetto che vive da più di cent’anni, proprio come quello di Venezia, analizzeremo gli incontri artistici più particolari ed interessanti.

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BIENNALE 2020

"Le Muse Inquiete. La Biennale di fronte la storia"

di Anna Rubbini

Ritorno a parlare anche quest’anno della Biennale di Venezia tuttavia non dell’ufficiale kermesse che quest’anno doveva coincidere con la 17^ Edizione di Architettura, slittata all’anno prossimo per i contingenti motivi di crisi, e che riprenderà invece con la Mostra del Cinema a settembre.

Il 2020 rappresenta il 125° anno della nascita della Biennale, lo ricordo dopo aver parlato del tricentenario compleanno dello storico Caffè Florian che proprio sui suoi tavolini ne vide i natali. Per celebrarla, il suo attuale Presidente Roberto Cicutto ha voluto renderle omaggio inaugurando una nuova e inedita mostra antologica dal titolo Le Muse Inquiete. La Biennale di fronte la storia.

Voglio parlarne sperando possa essere un altro evento di buon auspicio per ravvivare il pensiero e l’animo dei veneziani tristemente colpiti dalla crisi per la pandemia, subito dopo i danni subiti dall’Acqua Granda, e perché credo e spero che attraverso una rievocazione storica d’eccellenza come la manifestazione Biennale rappresenta a livello internazionale, la città possa trarre forza e tenacia, possa vedere rivitalizzato il suo centro storico, al pari dell’ unico e incomparabile Caffè Florian.

La ricostruzione storiografica de “Le Muse inquiete” parte con la sezione degli anni ’30 a cura del direttore della Biennale Cinema, Alberto Barbera che presenta un’analisi di quanto, rispetto agli intenti liberisti degli anni precedenti della Biennale, i totalitarismi abbiamo preso piede anche nella determinazione degli esiti delle manifestazioni culturali. Negli anni trenta la Biennale inizia ad aprire le porte ad altre discipline artistiche oltre quelle figurative, aspirando al suo ruolo di apertura internazionale: nel 1932 nasce il festival della Musica e nel 1934 quello del Cinema.

In questo periodo le Arti erano viste come mezzi di propaganda politica, nuovi metodi di aggregazione delle masse. In particolare fascismo e nazismo, ideologie sorte in quegli anni, hanno imposto scelte estreme, tanto che la premiazione nel 1938 del film tedesco “Olimpya” ha portato la defezione dalla giuria dei rappresentanti degli Stati Uniti, dell’Inghilterra e del rappresentante francese Jean Zay, che fondò poi, pochi anni dopo, un nuovo festival a Cannes.

Fu il principio di un percorso di trasformazione della Biennale, di un’apertura e l’aspirazione di divenire mostra internazionale, con l’accoglimento delle prime nazioni straniere a cominciare proprio in quegli anni dall’arrivo a Venezia degli Stati Uniti.

In tal senso diventa un nuovo palcoscenico per le istituzioni politiche divenendo essa stessa un’istituzione dipendente dallo Stato, ed il cinema ha in quegli anni un ruolo determinante per la diffusione delle ideologie totalitarie.

Segue la ricostruzione del periodo artistico post bellico, ad opera del direttore della Biennale Musica Ivan Fedele. Nel 1948 si ha la Biennale della Ricostruzione, che anticipa di soli 7 anni Documenta a Kassel, rappresenta il periodo in cui la Biennale ha bisogno di riaggiornarsi e di acquisire linguaggi artistici prima censurati. Basti ricordare che nel 1948 Pablo Picasso, autore già affermato fuori dal nostro Paese, partecipa alla Biennale all’età di 67 anni, mentre da un punto di vista figurativo si ha l’affermazione del movimento Impressionista, corrente che prima era stata del tutto ostracizzata.

L’emblema della Mostra di quell’anno resta tuttavia l’esposizione della collezione di Peggy Guggenheim nel padiglione della Grecia, che si avvale per l’allestimento della collaborazione dell’architetto Carlo Scarpa. Questo segna una svolta epocale nell’introduzione nel nostro paese di artisti prima ignorati come i rappresentanti del modernismo europeo quali Mondrian e Kandinsky e l’italiano Giacometti, e dei talenti dell’astrattismo americano come Jackson Pollock e Klyfford.Still.

Il periodo della Guerra Fredda e l’opposizione tra i due grandi blocchi del mondo geopolitico, Occidente e Regime Sovietico, si espressero oltre che nella loro trasposizione figurativa tra astrattismo liberista e internazionalista e realismo figurativo socialista, in una fuga di enorme portata di artisti verso l’Europa.

In ambito musicale si ebbe la presenza in Biennale di importanti musicisti sovietici in fuga dal regime che trovarono libera espressione sia nella lirica che nella musica classica.

Nel 1913 il primo Leone d’Oro ad una musicista sovietica come Sofija Asgatovna Gubajdulina, perseguitata in patria e costretta alle musiche di servizio  al pari di esimi e più noti predecessori come il suo mentore Dmitrij Šostakovič. La Gubajdulina fù infatti autrice della colonna sonora del film d’animazione disneyano Mogli, tratto dal libro di Kipling, che verrà proiettato nella sala numero sei della Mostra.

Il più famoso autore oppositore al regime fu Sergej Prokof'ev, di cui si ricorda la presentazione nel 1955 alla Biennale dell’opera postuma L’angelo di Fuoco, nota per aver dato scandalo ed essere incorsa nella censura sovietica, tanto da esserci pervenuta solo dopo la sua morte. Le prime opere liriche e strumentali russe approdarono, dunque,  anche nel festival veneziano, con la partecipazione a loro sostegno di autori del calibro di Renato Guttuso, che realizzò le scenografie  della Lady  Macbeth  nel 1945.

Il periodo successivo pone il focus sul 1968, inteso come periodo d’onda lunga, di trasformazione sociale che nell’ambito della Biennale ebbe grande eco e contestazioni, tanto che le proteste portarono all’autocensura, ovvero la chiusura per protesta sociale di molti dei suoi padiglioni.

Come ha sottolineato la coordinatrice, “nella danza e nel teatro questi movimenti trovarono una nuova riscrittura di sé”, non casuale dunque l’assegnazione di proporre in mostra i passaggi determinanti di quegli anni a cura alla direttrice del settore Danza Marie Chouinard. Che sottolinea come nella Biennale la sezione Danza sia stata creata soltanto nel 1999, ed in precedenza i coreografi erano invitati dai direttori dei settori della Musica e del Teatro. Fu il Presidente Paolo Baratta a volere includere questa disciplina nelle Arti rappresentate in Biennale e la prima direttrice fu Karoline Carson, che già viveva a Venezia. Prima di lei si ricorda un’altra coreografa di origine italiana, fiorentina di nascita, Simon Forti che fu invitata nel 1935. L’artista viveva a New York ed è importante ricordarla perché faceva parte del Jakson Group, un esempio importante per la danza internazionale tanto che si può parlare del periodo pre e post Jakson Group.

Nel 2011 Simon Forti vinse il Leone d’Oro per il suo coraggio nell’arte, un premio che ha significato, da allora in poi, riconoscere agli artisti la ricerca della verità nel loro lavoro e che rivestono un ruolo di leadership nella carriera, senza sottostare a utilitarismi di mercato.

L’Italia, sottolinea Marie Chouinard nella presentazione della mostra, deve ritenersi fiera di essere patria di Simon Forti poiché questa coreografa, con il Judson Dance Theater Group, fu artefice di una vera trasformazione nell’ambito della danza e non solo, dando inizio alla performance che è diventata un linguaggio espressivo delle Arti Visive in generale.

Nel 2011 Simon Forti vinse il Leone d’Oro per il suo coraggio nell’arte, un premio che ha significato, da allora in poi, riconoscere agli artisti la ricerca della verità nel loro lavoro e che rivestono un ruolo di leadership nella carriera, senza sottostare a utilitarismi di mercato.

L’Italia, sottolinea Marie Chouinard nella presentazione della mostra, deve ritenersi fiera di essere patria di Simon Forti poiché questa coreografa, con il Judson Dance Theater Group, fu artefice di una vera trasformazione nell’ambito della danza e non solo, dando inizio alla performance che è diventata un linguaggio espressivo delle Arti Visive in generale.

Il successivo periodo storico valutato dalla Mostra sono gli anni ’70, precisamente dal 1974 al 1978, anni in cui la Biennale venne diretta da Carlo Ripa di Meana.

In questi anni la Manifestazione ha istituzionalizzato e assorbito i cambiamenti apportati dalla Rivoluzione sociale del ’68, con Carlo Ripa di Meana si ha l’inizio di una Biennale completamente rivoluzionata e differente dalle precedenti edizioni, abbandonando i dettami di uno statuto di natura fascista e aprendo la sua impostazione a settori, all’interdisciplinarietà e alla delocalizzazione dei luoghi espositivi sull’intero tessuto urbano cittadino. Le edizioni a cura di Ripa di Meana sono tematiche e interventiste, completamente slegate dai limiti idealistici, politici e territoriali.

Antonio Latella, direttore del settore Teatro, si è occupato della ricostruzione di questo periodo partendo dalla consapevolezza che “il Teatro non consegnerà alcun oggetto alla storia ma entrerà nella memoria”. Sono questi gli anni della direzione artistica della sezione del regista Luca Ronconi e di quella delle Arti figurative, che ancora comprendono l’Architettura, di Vittorio Gregotti.

In quel periodo maturano esperienze e si formano professionalmente alcuni dei futuri direttori che hanno lasciato un’impronta innovativa nella storia come Germano Celant e Harald Szeemann per le Arti Visive; il teatro, da parte sua, stava vivendo un grande cambiamento in anni di crisi per la rappresentazione, e vide alternarsi grandi dirigenze che culminarono con la sovrintendenza di Luca Ronconi, che pose al centro della sua importanza il “processo creativo” del fare teatro e non il gesto finale, la rappresentazione, che diventa la matrice ed il punto d’arrivo dell’atto artistico.

Questo regista/attore fu iniziatore di questo processo di trasformazione del Teatro e tenterà per primo, seguito dai successori, di colmare il vuoto tra palcoscenico, tra l’attore e il pubblico: da lì nasceranno il teatro di piazza ed il teatro improvvisazione, il teatro tra il pubblico come ad esempio il Living Theatre, nel tentativo di eliminare il distacco anche trasformando lo spettatore passivo in parte attiva della rappresentazione.

Per la prima volta si tentò di parlare di un Festival dell’Arte teatrale e non di spettacolarizzazione, una rassegna che rende lo studio e il processo creativo una parte importante da dividere con il pubblico, portando alla creazione del Laboratorio

Internazionale del Teatro.

I successivi anni ’80 sono il periodo storico affidato alla cura dell’Architetto Hashim Sarkis, direttore del settore Architettura impegnato anche nell’organizzazione della Biennale slittata al 2021.

Sono gli anni in cui l’Architettura si separa dalla sezione Arti visive e prende vita autonoma. La direzione della prima edizione nel 1980 è stata affidata a Paolo Portoghesi che per la prima volta utilizza gli spazi delle Corderie all’Arsenale come sede espositiva di grande effetto scenografico.

E’ anche l’anno del Teatro del Mondo di Aldo Rossi che inventa la Strada Novissima, una delle correnti emblematiche dell’architettura moderna.

Le Arti Visive celebrano in quegli anni il ritorno alla pittura, consacrata con l’apertura di “Aperto”, la sezione dell’arte dei giovani presenti in Biennale, ideata e curata da Achille Bonito Oliva in collaborazione con Harald Szeemann nella sede dei Magazzini del Sale alle Zattere.Sarkis considera l’evoluzione storica della Biennale come suddivisa in quattro grandi momenti: l’architettura all’inizio è presente solo come contenitore che ospita diversi Paesi nei rispettivi padiglioni ed esprimono le loro identità nazionali, in particolar modo rappresentate dalle facciate dei Padiglioni appunto;

un secondo momento è rappresentato dalla nomina di Gregotti negli anni ’70, con il quale l’architettura passa dall’essere contenitore a divenire “contenuto”, diventando una delle Arti Plastiche; il terzo importante periodo si identifica nel passaggio successivo, dove l’architettura diventa “contesto”, ovvero quando si ha la prima edizione della Biennale dedicata nell’80. In quell’inizio però possiamo ricordare anche come Portoghesi e Aldo Rossi celebrarono l’avvento del post Modernismo, un movimento articolato che ha fatto assurgere in Biennale  l’Architettura ad un’Arte, riversandola al contempo in tante sedi espositive all’interno della città, promuovendo molti Concorsi a favore di Venezia poi esposti al pubblico.

La successiva partecipazione di Hans Holland segnerà un’ulteriore passaggio dell’Architettura da contesto a strumento, un elemento talvolta dissonante con il tessuto urbano della città e per questo degno di attenzione.

L’ultimo periodo storico pone lo sguardo agli anni ’90 e l’inizio della globalizzazione. Questo periodo curato dalla stessa coordinatrice e direttrice della sezione Arte Cecilia Alemanni.

La riflessione sulla fine della guerra fredda e la caduta del muro di Berlino, la crisi dello Stato Nazione e l’apertura a nuove geografie. In questo frangente la caduta di alcuni Stati, precedentemente molto rappresentativi nelle edizioni precedenti della Biennale, ha rappresentato momenti emblematici anche in ambito artistico.

l padiglione Germania mette in scena le rovine dello Stato ma diviene anche segno simbolo dello scenario post unificazione. Di lì a poco nella Biennale curata da Germano Celant nel 1997 la partecipazione memorabile dell’artista Marina Abramovic mette in scena una tragica pulizia di ossa bovine come rappresentazione della “pulizia etnica” accaduta nei Balcani nei primi anni ’90, un’allegoria tragica del destino di quelle Nazioni e un altro simbolo della crisi dello Stato Nazione.

Nel 1989 si ebbe l’ultima testimonianza storica con la Biennale di Harald Szeemann che si intitolava “dAperTutto”, partendo dall’allargamento delle geografie e dall’inclusione di nuovi artisti cinesi mai invitati prima, intuendo l’avvento di una nuova globalizzazione dove i confini sono sempre meno rilevanti e che esprime un concetto tornato quantomai d’attualità, considerato il particolare momento che viviamo, in cui, riprendendo le parole della Alemanni, una città della Cina si riscopre molto più vicina a Venezia di quanto avremmo mai potuto immaginare.

Una Mostra dunque auto celebrativa, con un titolo allegoricamente divinatorio - le Muse sono divinità della mitologia greca, figlie di Nemosone e di Zeus- nel riferimento alle sei Arti che la Biennale è giunta a rappresentare; ed allo stesso tempo commemorativa, richiamandosi al titolo di un’opera di De Chirico che vinse la Biennale nel 1948 dal titolo Le Muse Inquietanti, opera che rispecchiava i tempi inquietanti del dopoguerra e si confrontava, dopo anni di conflitti e avversità, con il mondo al di fuori delle Arti.

L’intenzione è di proporre al pubblico un rinnovato entusiasmo e un impulso a reagire in tempi difficili come quelli che stiamo attraversando, anche con una riflessione sulla storia delle Arti che ci può aiutare offrendoci esempi concreti di ricorrente rinascita dopo crisi e avversità

Anna Rubbini 20 luglio 2020

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