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Intervista alla gallerista Michela Rizzo in galleria alla Giudecca 800Q

di Alice Rubbini

La Galleria Michela Rizzo è a Venezia, alla Giudecca, 800Q, in una delle zone attualmente più cool della città, l’ex birreria Dreher, già sede di spazi espositivi e studi di artisti, particolarmente affascinante, come di per sé è tutta l’isola, affacciata sul grande canale omonimo che guarda le onde mosse della laguna e la riva delle Zattere e ancor più in là piazza San Marco. Sufficientemente distaccata dal centro e dai circuiti del turismo di massa, ma sempre e comunque facilmente raggiungibile, quest’area urbana e questa architettura postindustriale rappresentano la voglia esplorativa e l’avanguardia espressiva di Venezia, la città di oggi ma col sapore di una volta, così come la tranquillità della concentrazione e la dinamicità del lavoro. Qui è la città sporta su sé stessa, è un’altra prospettiva sulla contemporaneità artistica visiva rispetto a tutto quello che è “centro”.

Penso che la Galleria Michela Rizzo sia per questa città una delle realtà più dinamiche, senz’altro di ricerca e di riferimento, attiva da oltre quindici anni, ed ho voluto quindi ridisegnare il suo cammino lavorativo, e le chiedo di cominciare a raccontarsi andando a ritroso nel suo percorso e di spiegarmi il perché sia approdata alla Giudecca partendo dal centro di Venezia, iniziando però da quest’ultima importante mostra MAURI / MUNTADAS, progetto che ha richiesto un lungo studio, inaugurata nei giorni d’apertura della 58° Biennale d’Arte di Venezia.

M.R.: L’esposizione nasce da un’idea di Laura Cherubini che ha poi effettivamente curato la mostra. Laura ha avuto la fortuna e il privilegio di conoscere bene sia Muntadas che Mauri e di aver sviluppato con entrambi una bella amicizia. Mettere a confronto le ricerche di questi due grandi artisti mi è sembrato da subito che potesse essere un progetto di elevata qualità. Nel frattempo sono passati un paio d’anni, abbiamo valutato diverse possibilità: l’ideale sarebbe stato avere a disposizione un museo. Nel mio spazio, che è comunque abbastanza articolato, siamo riuscite a realizzare una mostra rilevante e, soprattutto, che potesse dare delle suggestioni riguardo alla relazione tra i due maestri. In effetti, in questi mesi abbiamo lavorato con grande soddisfazione. La mostra è stata molto visitata ed è molto piaciuta. Oramai siamo in chiusura, sabato 13 settembre sarà l’ultimo giorno per visitarla.

Sono qui alla Giudecca dal 2013. Lo spazio è stato in precedenza lo studio di Lawrence Carroll, artista americano di origine australiana con cui ho felicemente lavorato in passato. Ricordo che, nella primavera del 2013, mi comunicò che avrebbe lasciato Venezia e gli chiesi, quindi, di mettermi in contatto con la proprietà per subentrare. In quel momento la galleria era situata al primo piano di Palazzo Palumbo Fossati, un palazzo del ‘500, centralissimo, con una padrona di casa eccezionale, Isabella Palumbo, dove abbiamo realizzato delle bellissime mostre, alcune delle quali per me indimenticabili. Questi due spazi sono molto diversi tra loro. Palazzo Palumbo è un edificio storico veneziano molto fascinoso però presentava molti vincoli. Alcune opere installative non si potevano realizzare, dovendo rispettare il prezioso pavimento alla veneziana e gli affreschi alle pareti. Alla Giudecca, invece, la galleria è in un edificio industriale, un ex birrificio, meno caratteristico ma ideale per l’arte contemporanea. Negli anni, quest’isola è molto cambiata ed è diventata un punto di riferimento per il mondo dell’arte che ruota intorno a Venezia. Oltre a me, ci sono realtà di vario genere, associazioni no profit, studi di artisti e, per ora, godiamo del grande privilegio di essere fuori dalle traiettorie turistiche. Inizialmente, ho un po’ sofferto la mancanza di centralità ma, ad oggi, sono soddisfatta della scelta.

A: e quindi hai diciamo alienato lo spazio in centro favorendo la tua presenza alle fiere…

 

M.R.: Si, purtroppo si è un po’ persa l’abitudine di andare in galleria. Le fiere sono diventate un vero punto d’attrazione e sono molto frequentate dai collezionisti e non solo. Partecipo regolarmente alle quattro principali fiere italiane: Artissima a Torino, MiArt a Milano, ArteFiera Bologna e ArtVerona. Questo sarà il secondo anno della mia partecipazione a ViennaContemporary e, in passato, ho partecipato all’Armory Show a New York. In questo momento, guardo con interesse Ginevra, Bruxelles e Colonia. Quindi, senz’altro nutro l’ambizione di aumentare la mia partecipazione alle fiere internazionali.

A: è bello questo tuo modo di lavorare, Michela, perché da quando ti conosco, direi dal 2005, forse 2004, sei sempre “in progress”, ed effettivamente cresci esponenzialmente con un lavoro che ti porta ad una evoluzione consequenziale di tutti gli aspetti della tua operatività …

M.R.: Si, ormai sono 15 anni che mi dedico completamente a questo lavoro …

 

A: Oltre a lavorare con artisti di rilievo, e senza dimenticare i “project rooms” (attualmente in corso Giorgia Fincato e Alessandro Sambini) dedicati alle nuove proposte, parallelamente operi anche con critici e curatori consolidati. Ti va di raccontare come costruisci i tuoi progetti espositivi, perché parlare di mostre mi sembra in molti casi riduttivo. Mi spieghi le dinamiche del tuo lavoro preparatorio e realizzativo, la scelta degli artisti e dei curatori, così come ti avvicini ai giovani che presenti in galleria?

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M.R.: Generalmente, mi piace lavorare e confrontarmi con un curatore o un critico. Penso sempre che la collaborazione dia un valore aggiunto e che aiuti ad approfondire la lettura dell’opera e a divulgarla. Ritengo inoltre che sia importante per l’artista, soprattutto se esordiente, entrare in contatto con operatori che possano poi continuare il dialogo e coinvolgerlo in progetti esterni alla galleria. Generalmente le mostre partono da mie intuizioni ma non è la regola. Sono, infatti, aperta a proposte da parte dei curatori.

 

A: Facendo un escursus quindi del tuo impegno di gallerista, non si può dimenticare che è stato un percorso anche fisico dei tuoi spazi espositivi, ed immagino abbiano anche segnato l’evoluzione delle tue collaborazioni. Prima di essere alla Giudecca eri anche a Palazzo Palumbo Fossati in centro a Venezia, e ancor prima appena dietro piazza San Marco. Mi racconti un po’ questa tua migrazione attraverso le mostre?

 

M.R.: A Palazzo Palumbo Fossati arrivo passando da una piccolissima galleria che aprii proprio dietro piazza San Marco. E’ stata un’idea un po’ folle, all'epoca ero un outsider del mestiere e provenivo da una realtà profondamente diversa. Quando mi sono trasferita a Palazzo Palumbo, ho dovuto ragionare maggiormente sulle scelte e rivedere diversi aspetti del mio modus operandi. Dovevo, soprattutto, costruire un curriculum che potesse dare fiducia e garanzia alle persone con cui mi rapportavo, artisti, collezionisti, direttori di musei e curatori. Ho compreso che la galleria è anche soprattutto un’impresa e, come tale, deve confrontarsi con il mercato. Quindi, ho cercato di bilanciare la collaborazione con artisti emergenti a quella con artisti più consolidati. Una vera svolta rispetto ai primi anni nella precedente piccola galleria.

 

A: però c’era già una certa energia…

 

M.R.: Sì, c’era già una certa energia perché il mio obbiettivo non era commerciale. Stiamo parlando del 2004, quando a differenza delle altre gallerie di arte contemporanea all'epoca presenti a Venezia, piuttosto commerciali, la mia proponeva un programma più sperimentale. Questo aspetto è stato colto fin da subito dal territorio. Oggi, la situazione a Venezia è cambiata, ci sono numerose gallerie con un programma interessante.

 

A: … mi ricordo anche esperimenti belli, come ad esempio la mostra di Damien Hirst nel periodo della 52° edizione della Biennale.

M.R.: Damien Hirst è un argomento a sé e, per il mio percorso, fondamentale. Basti pensare che, fino ad allora, per me l’arte contemporanea era solo no profit. Con Damien Hirst sono entrata prepotentemente in un altro mondo. Durante la mostra, New Religion, sono stata subissata da richieste da tutto il mondo e per me era un aspetto completamente nuovo.

 

A: E ti sei permessa di fare anche un lavoro diverso.

M.R.: Sì, diciamo che è stato proprio uno spartiacque. Nel 2007, per realizzare la mostra di Damien Hirst, ho affittato Palazzo Papafava, in concomitanza con la 52 edizione della Biennale. Abbiamo organizzato questa mostra in partnership con Damiani Editore e Paul Stolper Gallery di Londra. La collaborazione ha funzionato molto bene e con Paul continuo a lavorare, recentemente abbiamo realizzato insieme la personale di Brian Eno, qui in Giudecca, che devo dire è stata una bellissima esperienza e un grande successo.

 

A: Un altro aspetto fondamentale della tua operatività è anche la collaborazione con le Istituzioni, con i vari Musei Civici e Fondazioni, sia a Venezia che in Italia. Questo ti porta anche a tessere un rapporto di rappresentanza con i tuoi artisti. Mi parli di queste dinamiche, e qual è la mostra che ritieni ti abbia dato la “completezza”, abbia raggiunto il target prefissato, la visibilità, l’attenzione anche di mercato al quale hai aspirato nel tuo progetto complessivo? Già da quando abbiamo collaborato noi nel 2005 per la mostra di Maurizio Pellegrin (“Isole”), abbiamo lavorato sia con i musei civici che quelli statali.

 

M.R.: La mostra che abbiamo organizzato insieme tu ed io è stata la prima collaborazione con i Musei Civici, oggi raggruppati in una Fondazione. Ci siamo presentate al Prof. Giandomenico Romanelli (allora direttore dei Musei Civici Veneziani - ndr), con un’idea forte e innovativa. Un progetto ambizioso che rendesse omaggio all’opera di Maurizio Pellegrin, artista veneziano riconosciuto molto di più all’estero e, in particolare, negli Stati Uniti rispetto che a Venezia, sua città natale. Il mio approccio da inesperta, seppure coadiuvato dalla tua esperienza, ma sorretto da un entusiasmo genuino, in qualche modo ha concorso a nostro favore. Maurizio Pellegrin ha realizzato una o più installazioni site-specific per ciascun museo veneziano. Un progetto espositivo dislocato in tutta la città. Resta un bellissimo catalogo Charta Editore a testimonianza di un’impresa a tutt’oggi unica. Mi resta il rammarico, essendo io agli inizi, di non aver saputo sfruttare appieno questa opportunità. Sicuramente, sia dal punto di vista operativo che della comunicazione, ora saprei muovermi meglio.

 

A: Certo quattordici anni fa c’erano anche mezzi diversi rispetto ad ora!

 

M.R.: Si è vero, quella resta comunque la mia prima esperienza importante. Ho poi continuato a perseguire la collaborazione con le istituzioni museali come parte integrante della mia attività.

 

A: Ed, inoltre, ti porta ad avere un’altra modalità di rapporto con l’artista rispetto al suo lavoro …

 

M.R.: Si, senz'altro, si tratta di un altro genere di operazione, complessa, con tanti cavilli burocratici cui far fronte, ma di grande respiro rispetto ai progetti in galleria. Tre sono le mostre che ricordo con più passione: la personale di Lawrence Carroll al Museo Correr nel 2008 con l’importante sostegno dell’architetto Daniela Ferretti. La grande mostra di Tony Cragg a Ca’ Pesaro con una quarantina di sculture, anche monumentali, curata da Silvio Fuso. Infine la mostra di Barry X Ball, scultore americano che si è rapportato con sapienza alle specifiche espositive del Museo del Settecento Veneziano, Ca’ Rezzonico. Fondamentale è stata la curatela di Laura Mattioli.

 

A: e comunque collabori anche fuori Venezia...

M.R.: Si, ogni volta che mi si presenta un’occasione interessante cerco di prenderla al volo. In particolare, una delle ultime esperienze si è svolta a Pisa, nella bellissima ambientazione di Santa Maria della Spina, chiesa che poggia sulla riva dell’Arno. Diverse le mostre realizzate, tra le altre, quella di Wolfgang Laib e Richard Nonas.

 

A: Quando sei intervenuta alla conferenza sul Mercato dell’Arte al Museo del Paesaggio di Torre di Mosto, hai affermato che il lavoro di gallerista è ormai obsoleto, anche perché il mercato si muove attraverso altri percorsi. Quindi come vedi il tuo futuro e cosa sognavi o immaginavi quando hai deciso di aprire una galleria che portava e porta il tuo nome? Cos'è cambiato dai tuoi esordi ad oggi nel tuo lavoro di gallerista e come pensi si evolverà? Cosa ci dobbiamo aspettare da Michela Rizzo e la sua Galleria?

M.R.: La situazione è molto diversa rispetto a vent'anni fa. Sono entrati in gioco, direi prepotentemente, alcuni canali commerciali come ad esempio le case d’aste che sono forti concorrenti e che purtroppo, a volte, a mio parere, creano degli scompensi rispetto al mercato costruito dalle gallerie insieme agli artisti. Le gallerie che lavorano a livello intermedio, come nel mio caso, con forte spirito di ricerca e orientate a sostenere gli artisti, vengono molto penalizzate da un mercato che si sta evolvendo velocemente e in maniera completamente diversa dal passato.

 

A: … e se poi vediamo, ad esempio, che qui a Venezia la casa d’aste più importante al mondo ha due spazi come Palazzo Grassi e Punta della Dogana, già si capisce …

 

M.R.: … che i giochi li stanno facendo loro al di fuori di quello che è il lavoro più peculiare del gallerista. Quindi credo veramente che le gallerie siano in sofferenza e temo oramai obsolete. Ben vengano le fiere, però dispiace che si sia persa l’abitudine di passare in galleria, dove in realtà l’artista si esprime senz'altro con maggiore libertà e dove può costruire un progetto espositivo complesso.

 

A: Diventa un po’ come un supermercato dove guardi il prodotto che conviene di più e lo scegli.

M.R.: Esatto. Purtroppo in questo momento le cose funzionano così. Forse in futuro cambierà, non lo so.

 

A: Quindi come ti vedi?

M.R.: Mi vedo che continuo e continuerò a lavorare con entusiasmo e passione ma sempre attraverso mille difficoltà. E' una battaglia quotidiana e già resistere è un risultato. Indubbiamente mi piacerebbe poter lavorare più serenamente e dedicarmi a progetti di ampio respiro senza un continuo affanno. Senz'altro la situazione italiana non aiuta.

A: Sì assolutamente è un andamento che è legato all’evoluzione generale della nostra vita italiana, sembra quasi sia normale. … Hai qualche progetto futuro che puoi anticiparmi?

M.R.: Un progetto futuro è legato ad un’altra bellissima collaborazione con un museo veneziano, però ancora non posso fare anticipazioni. Incrociamo le dita. Se dovesse andare in porto sarà una bellissima avventura!

 

A: e per finire dimmi, comunque, tu sei contenta? Ti piace il tuo lavoro, lo rifaresti, è una scelta che ti ha soddisfatto?

M.R.: Sì, ho un quotidiano molto stimolante. La mia vita, indubbiamente, grazie alla galleria, non è mai noiosa né ripetitiva. Come dicevo prima, ci sono momenti difficili e di sconforto, però credo ne valga la pena. D’altra parte, caratterialmente, tendo a pormi sempre nuovi obiettivi e nuove sfide. E’ come se sentissi sempre la necessità di superare l’ultimo traguardo raggiunto. Sento che il mondo dell’arte in qualche modo mi appartiene e mi permette di esprimere me stessa con spontaneità.

AR 23 luglio 2019

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